Nella concitazione di questi giorni, ad appena una settimana da Expo, nelle orecchie gli echi della strage che lo scorso 19 aprile ha seppellito in mare 700 persone che scappavano da guerre e fame, e con la politica occupata ad annunciare imprese mirabolanti e costosissime per scoraggiare le partenze e stanare i trafficanti, a molti è sfuggito quanto in realtà tutto questo abbia a che fare con l’anniversario che ci accingiamo a celebrare, quello della Liberazione.
A settant’anni da quel 25 aprile 1945, un italiano medio che guardi alle cose di casa nostra, ipnotizzato com’è dagli annunci e dai tweet, potrebbe pensare che il problema siano i “gufi” e i “rosiconi” che da tempo si ostinano a difendere quella Costituzione che una propaganda martellante ci ha abituati a considerare un ferrovecchio, mentre esaltava un giorno si e l’altro pure la tanto sbandierata “governabilità”, più spesso un eufemismo per indicare l’allergia alle critiche e ai contrappesi. Una Costituzione frutto, sì, di compromessi tra le anime più diverse per storia, convinzioni e cultura, ma unite da un’incrollabile fede antifascista, che nelle intenzioni dei costituenti doveva essere il nostro miglior alleato contro possibili degenerazioni autoritarie, anche striscianti.
«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati», diceva Piero Calamandrei. Oggi, con un’opinione pubblica assuefatta ai toni del dibattito mediatico e un Parlamento ridotto a scendiletto del Governo, verrebbe da pensare che quei principi siano ormai lettera morta.
Ma nella società civile? Come sono percepiti i valori della Resistenza?

«È una parola che purtroppo viene spesso usata a sproposito da individui che cercano di trarne legittimazione senza poi condividere i valori di condivisione e sacrificio comune che hanno permeato lo sforzo partigiano che, non dimentichiamocelo mai, hanno in parte riscattato un popolo che si era macchiato con leggerezza sconcertante dei crimini del fascismo», dice Jacopo, 25 anni, studente di architettura. «E’ difficile per molti rifarsi a quei valori di giustizia, uguaglianza, collaborazione, democrazia in un momento in cui la gente ha paura di tutto e fomentata da chi se ne può avvantaggiare cerca di trovare capri espiatori nell’altro. A me sembra che tra i giovani, specie quelli lontani da centri di diffusione di cultura, il fascismo e il razzismo abbiano un grande appeal», aggiunge. Non a caso lo stesso Capo dello Stato Sergio Mattarella nell’ultimo numero della rivista Micromega parla della Resistenza come di una «rivolta morale contro il conformismo», contro quel pensiero unico che livella tutte le opinioni e rende difficile persino distinguerle dai fatti.
Ma come dovrebbe essere il 25 aprile per conservare il suo significato a distanza di tanti anni?

«Questa ricorrenza, dovrebbe essere un momento di riflessione annuale sulla “direzione” del nostro Paese – sostiene Cosimo Morleo, cantautore torinese – Dove stiamo andando? La deriva morale, la corruzione dilagante e la conseguente sfiducia nella politica e istituzioni sono certamente frutti cresciuti su un albero antico. L’albero della storia Italiana. Il fascismo a suo tempo si è radicato su un terreno fertile, quello stesso che oggi si offre e prepara. Non abbiamo rivoluzioni da vantare. Noi le rivoluzioni non le facciamo. Abbiamo avuto la resistenza, il nostro unico patrimonio. Teniamocelo stretto. Facciamo in modo che il ricordo diventi identità, orgoglio e non oblio». E aggiunge un suo personale ricordo: «Porto nel cuore il mio ultimo concerto in occasione del venticinque aprile di due anni fa in piazza Castello a Torino accanto a nomi illustri del panorama italiano, – racconta – ma da un paio di anni non c’è più. Mi manca, era una tradizione buona, di risonanza. Spero per il futuro, che anche la musica abbia più coraggio, senza il timore della retorica, perché non ci si deve vergognare se per caso passando per strada senti un coro cantare “bella ciao”. A me i brividi vengono ancora. Ogni volta. E non mi vergogno. Sorrido, piango. Canto».
C’è chi invece crede che il 25 aprile debba essere un giorno della memoria urbi et orbi: «L’anniversario della Liberazione dovrebbe essere visto come un giorno del ricordo in generale. Non solo dei partigiani, ma anche di tante persone che hanno resistito nei campi di sterminio alla fame e alla paura. Penso che si debba parlare con i giovani di cosa era il fascismo e di chi ha donato la libertà al nostro Paese», crede Gabriele, studente universitario di 20 anni. «Viviamo in un Paese che dal 1946 mistifica il ricordo, anzi scredita  chi ha fatto quella scelta nel periodo di guerra. Di scelta si trattava perché si lasciava tutto senza sapere se si avrebbe avuto la possibilità di riaverlo. Il problema è che il nostro è un Paese sempre più negazionista», conclude.
Forse in questo caso le sferzate di ottimismo servono a poco.