Gianni Comparetto è responsabile Fim Cisl Carrozzerie Mirafiori ed è candidato nelle liste Piemonte 1 per le regionali del 26 maggio. Dalla lotta sindacale a Palazzo Lascaris, dunque.

Comparetto, che effetto fa trovarsi nelle vesti di candidato?

Non lo so ancora, quello che so per certo è che mi trovo in una situazione in cui la mia esperienza può essere messa al servizio della politica, so che posso dare un contributo in termini di competenza al Partito democratico, ai lavoratori e non solo. So che posso essere un interlocutore credibile anche per il mondo degli imprenditori. Arrivo in fabbrica e nelle carrozzerie Mirafiori negli anni duemila, negli anni  della Panda, dei carrelli a gasolio, del truciolato, oggi quel mondo è cambiato. Ho osservarlo da dentro, per lungo tempo e da vicino i cambiamenti avvenuti fino a oggi, epoca in cui la fabbrica è vetrificata e l’industria va sempre più verso l’industria 4.0,  e credo questo non sia cosa scontata. 

Alcuni rappresentanti sindacali dicono che la politica non sa nulla d’industria e che le fabbriche sono solo un bacino elettorale. Lei cosa crede?

La mia candidatura non è avvenuta a caso. Non è una richiesta di voti, ma una richiesta di esperienza e competenza da mettere a disposizione. Sarebbe andato bene anche un profilo simile al mio perché la gente ha bisogno di riferimenti. Appresa la notizia della mia candidatura i lavoratori con cui quotidianamente mi relaziono, non hanno paura che io possa allontanarmi dalla fabbrica. Al contrario, credono che candidarmi alle elezioni  possa rappresentare un’opportunità anche per loro, per far sentire la loro voce attraverso la voce di chi li conosce  e sa bene di cosa hanno bisogno.

Quello della coscienza di classe è a suo parere un tema vecchio o è tornato ad essere attuale?

Credo che ogni tipologia di lavoro, da sempre,  abbia aspetti buoni e brutti e tale consapevolezza fa prendere coscienza di chi si è e di cosa ci si aspetta. Credo che la classe operaia e i lavoratori del settore manufatturiero del Piemonte vadano certamente valorizzati e aiutati anche dalla poltiica. La politica deve prefiggersi impegni  e deve poi mantenerli, per correttezza sia verso i lavoratori che verso le aziende. 
Faccio sindacato da trent’anni ma non ho mai cercato di fare danno alle aziende perché avrebbe voluto dire creare un danno ai lavoratori. Il mio è sempre stato un ruolo collante e non divisivo nell’ambito della fabbrica, proprio a tutela di quella classe e di quella categoria. 

Quali tutele mancano oggi ai lavoratori?

Ad esempio la sicurezza. Bisogna ragionare sulla sicurezza dei posti di lavoro sia dal punto di vista del salario che dell’ambiente lavorativo. Dobbiamo lavorare per creare opportunità per le aziende di poter investire in nuovi posti di lavoro senza trascurare il fattore sicurezza. 

 Molti in politica parlano di  abolizione dei sindacati, cosa risponde? 

Rispondo che così come serve la buona politica, serve il buon sindacato. Credo che se le cose le fai bene ne possono beneficiare tutti. Il benessere delle persone, anche attraverso condizioni di lavoro dignitose, rappresenta il presupposto fondamentale per creare benessere nel Paese.

Il tema del lavoro è spesso bistrattato: viene presentato come emergenziale invece che strutturale. È cosi?

Certamente. Bisogna intervenire con la politica, con decisioni di lungo periodo, e non con decisioni tampone. La politica deve saper guardare avanti,  deve mettere le imprese nelle condizioni di non scappare, così come deve impedire che facciano ciò che vogliono creando situazioni di emergenza e smarrimento. Abbiamo assistito in questi anni a un graduale svuotamento delle fabbriche e ad un esodo senza precedenti dei lavoratori. Andare via può rappresentare un’opportunità in alcuni casi, ma dobbiamo anche ragionare su come creare sviluppo per chi resta.

Chi sono i nuovi operai?

Le ultime assunzioni in FCA risalgono agli anni 90, dunque un bel po’ di anni fa. Si tratta di lavoratori stanchi, affaticati. Occorre un cambio generazionale, anche per consentire ai tanti ragazzi di poter fare progetti di vita personali che non abbiano scadenze a breve termine. È il lavoro che dà dignità all’individuo, ricordiamocelo. Per questo occorre investire anche in tutti quei servizi che possono migliorare la condizione lavorativa e la resa di ogni singolo lavoratore. Stare bene sul posto di lavoro vuol dire essere più produttivi e di questo non può che trarne beneficio anche il datore di lavoro. Senza contare che offrire servizi sul posto di lavoro (penso ad esempio all’agevolazione trasporti, alle palestre, agli asili aziendali, alle mense) vuol dire inoltre creare lavoro e opportunità occupazionali. La politica può incentivare le aziende in questo senso. Sarà uno dei miei obiettivi se verrò eletto. 

Cosa può fare la politica per riavvicinarsi ai lavoratori? 

Il mondo del lavoro non è nè di destra nè di sinistra. Il lavoro è prima di tutto dignità, per tutti. Sarebbe compito della politica, tutta la politica, qualificare, gestire e governare in maniera seria a coscienziosa il tema del lavoro. Con la medesima serietà e coscienza  la politica deve prestare attenzione ai lavoratori e tornare a trasmettere la fiducia che in questi anni si è persa. Riconquistare la fiducia vuol dire anche dire la verità, sempre, vuol dire non raccontare balle e prendere in giro chi lavora o chi chiede lavoro. Vuol dire saperli preparare ai sacrifici ma anche andare loro incontro in fatto di tutele e servizi.