Corinne ha 27 anni, una laurea come Educatrice professionale all’Università di Torino e, nonostante la giovane età, un ampio bagaglio di esperienze lavorative con pazienti psichiatrici, disabili, minori e donne vittime di violenza.
L’educatore è una figura professionale ancora molto sottovalutata in Italia, che invece spesso è in grado di fare la differenza.
Questo perché nel nostro Paese il tessuto associativo composto dalle variegate realtà del terzo settore si sta rivelando sempre più determinante per la  realizzazione di politiche sociali efficaci, soprattutto in un quadro di contrazione generalizzata della spesa sociale, che ormai prosegue da anni.

Così i territori si auto organizzano, mescolando professionalità varie e dimostrando spesso come la società civile riesca ad essere più avanti dello Stato e delle sue politiche. È proprio di fronte a disturbi emergenti che le sperimentazioni locali di associazioni e cooperative diventano apripista per nuovi modelli e nuove pratiche.
Di questa categoria fa parte un progetto interessante che val la pena di raccontare, per il quale sono alla ricerca di fondi Corinne e le sue colleghe (un team di giovani professioniste tutto al femminile) del Centro Libenter.

La loro idea è quella di creare un percorso specifico e multidisciplinare per sostenere soggetti, di qualsiasi sesso ed età, nel superamento dei disturbi alimentari.
In Italia non siamo assolutamente in grado di renderci conto di quanto i disturbi alimentari siano diffusi e purtroppo, molto spesso, silenti.
Per questo un approccio che preveda un supporto psicologico e medico in senso generale, unito all’elemento innovativo del supporto quotidiano e domiciliare dell’educatore, può aiutare anche i soggetti più in difficoltà a riappropriarsi di se stessi e della propria vita.
Ho incontrato Corinne per saperne di più e per capire come si può aiutare lei e la sua associazione.

Tu fai parte di una realtà torinese molto interessante, il Centro Libenter, puoi spiegarci di cosa si tratta? 

Il Centro Libenter nasce a Torino nel 2015 per accogliere e sostenere persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare, con l’idea di offrire uno spazio a chiunque senta che cibo e corpo sono ferite dolorose nella propria vita.
I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono caratterizzati da una modalità di relazione patologica con il cibo, da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo, da una distorta percezione del senso della fame e della sazietà e dalla fissazione ossessiva per il cibo. Insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile. I disordini alimentari, di cui anoressia e bulimia nervosa sono le manifestazioni più note e frequenti, sono diventati nell’ultimo ventennio una vera e propria emergenza di salute mentale per gli effetti devastanti che hanno sulla vita di adolescenti e giovani adulti. Le associazioni mediche che si occupano di disordini alimentari non esitano a definirli una vera e propria epidemia, che attraversa tutti gli strati sociali e le diverse etnie.

Il progetto che avete ideato e per il quale state raccogliendo fondi, come funziona? Quali sono gli elementi di innovazione rispetto ai servizi che già esistono in questo campo?

Soffrire di un disturbo alimentare sconvolge la vita del soggetto e delle persone intorno, sembra che tutto ruoti attorno al cibo e che tutto dipenda da esso. Cose che prima sembravano banali, diventano difficili (se non impossibili) e motivo di forte ansia, come pranzare con i colleghi, andare in pizzeria con gli amici o partecipare a un compleanno o a un matrimonio.
La figura dell’educatore si inserisce proprio in questo aspetto come figura essenziale, un supporto sicuro e presente in tutti quei momenti di difficoltà e stress che il soggetto incontra nel 
ri-approcciarsi alla vita nei suoi gesti quotidiani.
L’intervento educativo può rappresentare una risposta flessibile e innovativa al disturbo alimentare, poiché adotta risorse, metodi e strumenti direttamente nel contesto di vita del soggetto.

Come si può fare per aiutarvi? Che obiettivi vi siete poste?

Per sostenere questo percorso i costi sono importanti: si tratta di 76mila euro annui, per seguire 25 persone, con 4 ore di intervento a persona alla settimana.
Ci siamo già attivate per avviare il progetto tramite dei bandi che possano coprire una parte della cifra, ma il resto dobbiamo metterlo noi.
Vorremmo partire con 4 utenti e per questo servono 12.160€. Abbiamo quindi aperto un crowdfunding con cui ne vogliamo raccogliere 13mila, per coprire le spese di inizio progetto e i costi della piattaforma. (POTETE DONARE Qui)

Cosa significa fare l’educatrice oggi in Italia? Come mai hai scelto questo mestiere?

Scegliere di fare l’educatrice oggi in Italia vuol dire decidere di fare da ponte tra il percorso di cura definito da professionisti classici come psichiatri, psicoterapeuti, nutrizionisti e ciò che accade poi a casa, dove nessuno può entrare, dove regnano la solitudine, i sensi di colpa e i conflitti.
Certo è che gli educatori purtroppo non sono ancora ritenuti essenziali… sono un di più, un trattamento che solo chi può permetterselo ottiene o chi ha la fortuna di entrare nei circuiti di cura tradizionali.
Ho scelto di fare l’educatrice dopo l’esperienza di Servizio Civile Nazionale, quando ho capito che questo mestiere mi permetteva di entrare nella vita delle persone che soffrono “con tutte le scarpe”, senza protezioni e orari definiti. È stato lì che ho scoperto la potenza dell’esserci nei momenti difficili, riuscendo a fornire un aiuto concreto, pratico e immediato.