Domenico Carpanini se ne andò in una sera di campagna elettorale. Era l’ultimo di febbraio del 2001 e l’ultimo appuntamento di una giornata intensa come intensa era la sua passione politica che lo portava a chiedere principalmente a se stesso sempre un’oncia in più del proprio dovere. Che, secondo il suo modus vivendi e operandi, doveva essere comunque superiore ai comuni parametri della gente comune.

Ma il tarlo della politica non gli dava tregua e gli imponeva ritmi da inseguitore, per usare una metafora ciclistica. E per alcuni versi, Domenico Carpanini si viveva davvero come tale, costretto com’era ad inseguire i suoi sogni tra mille difficoltà e ostacoli, consapevole di aver accumulato un fondo di tristezza nello scoprire che ad ogni scatto in avanti o in alto che veniva ventilato o di maggiore responsabilità nel partito o in un ruolo politico-amministrativo, le prime riserve partivano puntualmente dall’interno.

Fuoco amico. Era stato così anche per la sua candidatura a sindaco di Torino, dopo una doppia stagione da ammirevole e stimato “secondo” del professore Valentino Castellani e una lunga gavetta da consigliere in Sala Rossa. Qualcuno all’interno del suo partito, il Pds, erede del Partito comunista italiano in cui Carpanini aveva militato dopo una iniziale esperienza socialista, aveva affidato alla mimica facciale dubbi e perplessità, che naturalmente poggiavano sul nulla.

Altri, invece, avevano cominciato a domandarsi, con quella classica aria da finti distaccati della politica, se fosse la persona giusta da candidare a sindaco, anziché ammettere in primo luogo che per onestà e competenza non era certo la persona sbagliata. Un comportamento incomprensibile e irritante per Domenico Carpanini, disponibile allo scontro politico, lui “migliorista” nella geopolitica correntizia del Pci, per anni abituato ad essere minoranza, ma indisponibile alla crudeltà personale verso altri, in nome di quello stesso scontro.

Non tutti, però, erano disposti ad avallare la degenerazione della politica di cui all’epoca si avvertivano i primi vagiti. Tra quelli, vi fu Giuseppe De Maria, scomparso prematuramente all’inizio del 2005. All’epoca numero uno dell’Ascom, l’associazione dei commercianti torinesi, De Maria si schierò senza incertezze e pubblicamente a fianco di Domenico Carpanini.

Un gesto risoluto e netto che contribuì a spiazzare i soliti malmostosi di professione, rancorosi per nascita non appena all’orizzonte appare una persona perbene, propalatori di malignità al servizio di chi teme gli onesti. A De Maria seguirono altre prese di posizione favorevoli alla candidatura e ciò contribuì a rafforzare Domenico Carpanini, ma non a cancellare in lui la sensazione dolorosa che avrebbe dovuto sempre dimostrare più di altri di meritarsi una chance di vittoria.