di Vittorino Merinas

Un anacoluto che rivela  la forza con cui Francesco contesta che le religioni siano responsabili del dramma che sta sconquassando il Medio Oriente. Era in volo verso la Polonia quando, interrogato da un giornalista sull’attuale situazione, rispose senza esitazione: ”La vera parola è guerra!”, ritornando poi inaspettatamente sul problema al termine della breve intervista.: “Parlo di guerra sul serio non di guerra di religione, no. [La guerra] è per interessi, per i soldi, per le risorse della natura, per il dominio dei popoli: Questa è la guerra. Qualcuno può pensare: Sta parlando di guerra di religione. No, tutte le religioni vogliamo la pace. La guerra la vogliono gli altri! Capito?”

Un’amara sofferta asserzione contro chi osa pensare che le fedi religiose siano coinvolte nel groviglio inestricabile ei questa guerra dai confusi fronti e con metastasi terroristiche ubique ed imprevedibili. Che le guerre, e non solo questa,  abbiano ben altre ragioni non è certo un’intuizione di Francesco. Ma, purtroppo, è solo una parte della verità, perché è altrettanto innegabile che guerre delle quali la religione è stata motivo o compartecipe ci sono state. Eccome ed a iosa!

Ancor oggi non mancano manifestazioni violente in nome di qualche divinità o nelle quali la religione fa almeno capolino per accrescerne odio ed efferatezza. La “guerra” in corso ne è prova. L’Isis lo ha formalmente affermato nel suo notiziario online Dabiq,  in risposta alla dichiarazione di Francesco. La sua è “una guerra giustificata da Dio tra la nazione islamica ed i popoli infedeli… Il nostro odio non finirà prima che abbiate accolto l’Islam. Ed anche quando pagherete la Jizyah, la tassa per gli infedeli affinché possano vivere sotto la Stato islamico, continueremo ad odiarvi”. L’Isis, dunque, conduce una lotta non solo contro gli usurpatori delle proprie risorse e i corruttori dei propri costumi, ma un harmaghedon per la sconfitta finale degli infedeli. Un amalgama di fede, cultura e sovranità che spiega la disponibilità al sacrificio di sé fino al martirio in nome di Dio, del tutto impensabile per la cultura occidentale. Odio e fanatismo difficili da scovare, però, nelle sure dedicate dal Corano alla guerra “santa”, pur se l’invito ad uccidere sia ben chiaro. “Combattete nella via di Dio e sappiate che Dio vede e sa tutto… Combattete sulla via di Dio contro coloro che vi faranno la guerra, però non eccedete, poiché Dio non ama quelli che eccedono: Uccidete, quindi, ovunque li troviate e scacciateli da dove essi vi avranno scacciati.” Così la sura II.a.

Pur non intendendo qui dissertare sul concetto di jihad, tema di infiammati dibattiti esemplari spesso per ignoranza e malafede, non sarà, però, inutile rifarsi al passato per dimostrare come i testi sacri, già spesso di difficile esegesi in sé, subiscano, nel corso dei secoli, interpretazioni che li ingarbugliano ulteriormente, al punto da offrire ampi spazi ai più svariati usi, speso deleteri. Così è stato per il concetto di guerra nella dottrina cattolica che ha patito incredibili variazioni. Dalla piena coerenza iniziale col precetto biblico di “non uccidere”, si passò alla necessità di uccidere in guerra ma con l’obbligo di espiare in seguito il peccato commesso, seguì la guerra “giusta”con liceità di uccidere, per approdare alla guerra “santa” in cui l’uccisione oltre che lecita è altamente meritevole. Così fu con le crociate, pellegrinaggi armati per riconquistare la Terra Santa, indette nel 1095 da Urbano II. “Cessino gli odi intestini”, dice ai bellicosi Principi del tempo, “prendete la via del Santo Sepolcro, strappate quella terra a quella gente scellerata e sottomettetela a voi… Quando andrete all’assalto sia questo l’unanime grido di tutti i soldati di Dio: Dio lo vuole, Dio lo vuole”

Difficile scovare una chiara differenza tra “Combattete nella via di Dio e “Prendete la via del Santo Sepolcro”? A colmare ulteriormente le distanze sarà san Bernardo di Clairvaux, il quale nel suo De nova militia, stilato per esaltare i compiti dell’appena nato ordine dei Templari, monaci (!) in armi a difesa dei riconquistati luoghi santi, scrive: “La morte data o accettata per Cristo non comporta peccato alcuno e merita anzi grande gloria. Il templare accetta con bontà la morte del nemico a titolo di riparazione e ben più volentieri dona se stesso quando cade in battaglia, con serenità uccide e con serenità muore e se uccide rende un servizio a Cristo. Quando è ucciso si deve dire che non è morto, ma che ha raggiunto il suo scopo: dalla morte del pagano il cristiano trae gloria, poiché Cristo viene glorificato. Ma quando è il cristiano a morire allora splende ancor più viva la generosità divina perché il re chiama a sé il cavaliere per donargli la ricompensa.” Veda ognuno e  tragga le proprie conclusioni.