Doveva forse essere la risposta elegante del renzismo alla cultura volgare del berlusconismo. La triade femminile del primo governo di Matteo Renzi doveva mandare in soffitta le storielle sulle olgettine e sui festini che avrebbero popolato Palazzo Chigi e dintorni nell’era del Cavaliere. Operazione avvenuta, nessun può affermare il contrario, nonostante permanga lo stile della televendita così come della reverenza al capo nella selezione del personale politico della rottamazione. Anche Renzi sa bene che l’immagine è importante, fondamentale al tempo della comunicazione globale.

Maria Elena Boschi, Marianna Madia e Federica Mogherini. Le tre giovani ministre del premier, sistemate, rispettivamente, alle Riforme costituzionali, alla Pubblica amministrazione e agli Esteri. La Mogherini, lo scorso autunno, è stata promossa e spedita in Europa, trasferendo anche a Bruxelles il mandato della rottamazione. Tre donne portatrici sane del verbo renziano, che soprattutto all’inizio, nella loro ingenuità e candore, sono state gettate nell’arena della politica per rimarcare il passo del cambiamento in atto e per disprezzare tutto quel che è stato. La promessa di “genetica diversità” aveva occupato enormemente lo spazio mediatico dell’inaugurazione della traversata romana di Renzi. Un anno dopo, ogni bilancio può risultare parziale, anche se l’evidenza dei fatti descrive uno scenario non propriamente roseo. Perché politicamente, evitando quel vecchio ed italico vizio della battuta facile e dell’allegorica allusione, il trio è oggi salito individualmente alle cronache della politica nostrana per i loro papocchi e per le loro mancanze.

Il conflitto di interessi, tema tanto caro ad un certa sinistra fino a poco tempo fa, della Boschi ha incrinato la sua presunta innocenza: la Banca Etruria è affar di famiglia che ha giovato della riforma delle popolari, per quanto questa risulti all’oggi commissariata dalla Banca d’Italia per le anomale e dubbie movenze nell’atto di trasformazione in spa. La battaglia europea d’agosto per far salire la Mogherini sul trono di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza risulta oggi come oggi fortemente ridimensionata: la poltrona è stata a lei assegnata, ma il suo ruolo ne è uscito malconcio (a Bruxelles si farfuglia anche su un suo possibile commissariamento). Oggi la polemica travolge la Madia, alla quale vengono recriminati i finanziamenti pubblici arrivati per la produzione cinematografica al marito Mario Gianani: volan accuse di favoritismi e pressioni in Regione Lazio.

Il sistema che doveva essere rottamato, riformato per evitare le ripetizione dei vecchi meccanismi e rivoluzionato sotto l’incedere della marcia del nuovo, sembra abbia calato le sue carte, quelle dell’inclusione, facendo pagare dazio qualche eccesso di presuntuosità e boria.