Era il 28 giugno del 1989 quando la sedicenne di Carbonia, nel Sud Sardegna, Gisella Orrù esce dalla casa in cui viveva con la nonna per una passeggiata. Ma quella sera Gisella non farà ritorno nella palazzina di via Asproni. Il suo corpo senza vita verrà ritrovato nella campagna di San Giovanni Suergiu dieci giorni dopo.
E’ l’inizio di quello che nelle cronache, che dalla Sardegna arriveranno fino in Continente, viene definito il “giallo del pozzo” e che nel trentesimo anniversario non ha ancora svelato tutti i suoi misteri. Proprio oggi esce in libreria “Gisella. Una verità in fondo al pozzo” (Edizioni La Zattera, 18 euro) il nuovo libro del giornalista Paolo Matteo Chessa che ha seguito questo caso fin dalle origini e che ancora insegue la verità sulla tragica fine di Gisella.

Perché questo libro? 

In tutta serenità rispondo che sicuramente non l’ho scritto per ricavarne un tornaconto economico. Infatti, come ho fatto con il precedente lavoro dedicato a quel  territorio  – con il titolo “Sulcis in fundo – quando la mafia più sanguinaria sbarcò in Sardegna”– devolverò i diritti d’autore all’Airc. In buona sostanza il mio obiettivo era e rimane quello di rialimentare il dibattito attorno a questa triste vicenda. E se mai dovesse accadere l’auspicio è che questo mio modesto lavoro da ormai vecchio cronista, che ha però vissuto giorno per giorno le fasi del cosiddetto “Giallo del pozzo”, possa dare in qualche modo un contributo nella mai abbandonata ricerca della verità.

Pensa che il libro possa realmente smuovere le acque? 

Ci spero. E’ tuttavia innegabile che, a quanto pare, abbia colto nel segno, più o meno involontariamente, perché proprio in concomitanza con l’odierna uscita del libro il 30° anniversario della scomparsa di quella sventurata sedicenne oggi ha trovato ampio risalto sui quotidiani regionali. Curioso, perché invero ciò non era accaduto né per il decimo, né per il ventesimo anniversario.

Cosa è cambiato da trent’anni a questa parte?  

Sostanzialmente nulla, perché tutto è rimasto fermo alla verità processuale, segnata dalla condanna di due uomini, uno dei quali – secondo me innocente – morto suicida in carcere, che per quanto mi riguarda è ben diversa dalla verità storica. 

I veri responsabili? 

Sono appunto un cronista e non un investigatore, né tantomeno un giudice. Certo, ho i miei convincimenti, che esprimo appunto sul libro, ma dico che nessuno – ne sono convinto – ha la verità in tasca. Men che meno il sottoscritto.  

Le tante ipotesi e ricostruzioni che affollano il web? 

Be’, sì, su internet c’è chi lascia intendere il contrario, facendo credere surrettiziamente d’essere depositario di chissà quali segreti. Ma si tratta, a mio modesto parere, di cosiddetti “leoni della tastiera” o “leonesse della tastiera”, che al riparo di pseudonimi più o meno inutili e spacciandosi per amici quasi intimi della povera Gisella si lanciano in puerili insinuazioni sull’identità dei presunti personaggi a loro dire coinvolti in questa triste vicenda. Se per davvero così fosse, costoro dovrebbero avere il coraggio morale e civile di andare a raccontarlo ai magistrati. Perché sparare nel mucchio praticamente contro un’intera città, con la comoda arma del pettegolezzo anonimo, non è serio. Anzi non è moralmente onesto!
Io non traggo conclusioni, ma offro piuttosto una ricostruzione minuziosa dell’intera vicenda , cercando allo stesso tempo di stimolare le riflessioni di chi leggerà. Senza pregiudizi di sorta. Perché lo impone la memoria. Gisella merita d’essere ricordata per quello che era: una bellissima sedicenne, piena di vita, finita purtroppo nel mirino di persone che l’hanno assassinata forse solo per riuscire a rimanere, impuniti, nell’ombra. Sono però convinto che ancora oggi c’è qualcuno che sa. Sa, ma non parla!