Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Si potrebbe sintetizzare così, finora, la scena alla quale qualcuno, nel Partito Democratico, anche stavolta ci sta abituando a vedere prima delle elezioni regionali.

Come cinque anni fa, il tema della deroga al massimo previsto di tre mandati è ritornato in auge, rischiando di gettare una macchia su una ripresa che sembra “possibile” o quanto meno non più così impossibile come sembrava pochi mesi fa.

E così il problema del PD non sembra essere tanto la questione del “brand”che dopo la vittoria di Zingaretti alle primarie di domenica 3 marzo sembra risalire la china, ma parte del suo gruppo dirigente che ancora una volta non fa altro che ostentare a rendere pubblici i cacicchi interni sulla formazione delle liste, pensando di ricavarne probabilmente benefici personali, a scapito degli interessi comuni.

I regolamenti dem parlano chiaro, se vuoi essere ricandidato dopo tre mandati devi chiedere una deroga, la quale deve essere accettata ed approvata dagli organismi dirigenti più ampi, come la Direzione.

Ma tutti gli interessati evidentemente non riconoscono la legittimità di quella regola e, a quanto pare, non hanno alcuna intenzione di chiedere formalmente al partito di essere ricandidati. In pratica spetterebbe loro di diritto. Come se seguire i regolamenti e le loro prassi significasse non riuscire a lavarsi da un’onta indelebile, una macchia sull’onore e la reputazione.

Un PD che, dunque, più che affrontare discussioni estetiche sul cambiamento del logo, dovrebbe affrontare una volta per tutte come risolvere i veri nodi: quello dei contenuti e del ricambio generazionale indolore, dove chi ha più esperienza accompagni chi ne ha di meno.

Invece no, sembra ancora vigere l’idea che se muore Sansone, tutti i filistei debbano a loro volta fare la stessa fine. Altro che comunità, verrebbe da pensare.

Il PD col tempo è diventato una specie di carrozza di accompagnamento verso la carriera politica, dove i posti a sedere o sono destinati a sé stessi oppure non ci si aggrappa e si attende, ma si scende e si risale a piacimento.

Già dalle pagine di Nuova Società, non più di qualche mese fa avevamo anticipato l’uscita dal PD dell’ex operaio Thyssen Antonio Boccuzzi (Leggi qui). Alle voci non era giunta smentita e, puntualmente, la notizia dell’approdo ai Moderati di Giacomo Portas è arrivata ieri. Un passaggio, ovviamente, finalizzato alla candidatura alle regionali.

Se si legge il post con il quale l’interessato ha deciso di “trasferirsi”, è quasi il PD che avrebbe abbandonato lui e non il contrario.

Ma la legge della carrozza non esenta Boccuzzi.

Nel 2008, viene eletto alla Camera dei Deputati nelle fila del Partito Democratico, in un posto sicurissimo della lista bloccata.

Nel 2013 viene rieletto, sempre tramite la lista bloccata, e viene inserito in una posizione “blindata”. Boccuzzi, in quella occasione, non partecipò neanche alle primarie per scegliere i candidati del collegio Piemonte 1, per scelte del partito e certo non disdegnate dallo stesso interessato.

Nel 2018 le cose non cambiano e viene inserito nel listino bloccato, ma in terza posizione al Senato. Non ce la fa.

Ora, noi uomini e donne comuni potremmo chiederci: ma dopo dieci anni di Parlamento, non appartenendo in precedenza al PD né avendo alle spalle l’esperienza e la gavetta politica di partito, eletto con le dinamiche del “calo dall’alto”, cosa mai gli avrà potuto fare il PD?

Rimaniamo in ogni modo fiduciosi che Boccuzzi abbia avuto le sue buone ragioni, anche se finora sembrano davvero molto deboli.

Non dubitiamo che Boccuzzi abbia fatto un buon lavoro nei dieci anni da parlamentare, ma certo non di più a quasi tutti i parlamentari uscenti e poi rieletti.

In ogni modo, e qui il ragionamento vale in ogni caso, le regole così come le dinamiche democratiche interne ad un Partito si rispettano, anche quando non girano a proprio favore.

Forse una presa di coscienza su questo aspetto banale, che banale non è, sarebbe bene porsela.