di Vittorino Merinas

Chi segue con certa regolarità ed interesse i fatti ecclesiastici, sicuramente non ignora che le divergenze di pensiero tra Francesco ed il cardinale Gerhard Muller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sono rilevanti. Mueller non le ha mai nascoste e Francesco non si è mai scomposto, rispettoso dell’altrui libertà, ma risoluto nella sua azione. Questo contesto rende rimarcabile che una Congregazione come quella retta dal cardinale, che sotto altri pontificati emanava documenti e indagava teologi a ritmo serrato, da quando il timone è passato di mano sia quasi silente. Scantonata da Francesco per evitare inutili conflitti o spiacevoli esautorazioni?

Il 15 maggio scorso, però, la Congregazione retta da Muller è riemersa con una lettera all’episcopato mondiale, che ha avuto scarsa risonanza, ma di importanza capitale. Tema, la varietà di carismi che lo Spirito diffonde nella chiesa e la loro relazione col carisma gerarchico. Tema che poco o nulla dice al popolo fedele, ma determinante nella configurazione e nella vita dell’istituzione ecclesiastica. Essa, dice la dottrina cattolica, è animata dallo Spirito il quale, con l’abbondanza dei suoi doni e “nella loro armonica connessione e complementarietà”, la rende un organismo strutturato e vitale. Tra questi carismi spicca, per la sua centralità ed unicità, quello gerarchico che rende presente ed operante Gesù, guida e vittima sacrificale per la salvezza dell’umanità.

Cardinale Gerhard Muller

                                                       Cardinale Gerhard Muller

E’ su questo carisma che si concentra la lettera del cardinale Muller, tutta tesa a dimostrare che “lo Spirito dona alla gerarchia della chiesa il “carisma”, cioè il dono di discernere l’autenticità degli altri doni che lo Spirito diffonde e di accompagnarli con vigilante paternità”. In parole semplici: tutto ciò che si affaccia come nuovo e rilevante nella chiesa, sia a livello di singoli che di forme associative, deve essere vagliato, omologato o rigettato dall’episcopato. “I carismi devono in un modo o nell’altro istituzionalizzarsi”, afferma il documento citando Benedetto XVI. Un supercarisma garantito e incontrollato garantisce e controlla ogni altra presenza carismatica.

Questo in dottrina. Nella realtà i rapporti tra carismi di governo e carismi variamente disseminati nel popolo di Dio sono stati burrascosi. Fruttuosi per il “ringiovanimento” della chiesa, – “Juvenescit Ecclesia” è il titolo della lettera in questione- solo quando i secondi hanno avuto ragione del primo. Ciò è riscontrabile già nella chiesa primigenia, nello scontro tra Paolo e Pietro sull’accoglimento nella comunità cristiana dei pagani senza sottoporli al rito della circoncisione ebraica. Con la vittoria di Paolo la chiesa si aprì al mondo greco-romano. Su questa traccia essa continuò ad aprirsi alle nuove culture fino ai tempi più recenti. Il carisma di papa Giovanni ebbe la meglio su quello conservativo rappresentato dal cardinale Ottaviani, allora Prefetto del Sant’Uffizio. Così ci fu il Concilio che aggiornò la chiesa attingendo abbondantemente dalle ricerche di teologi messi al bando nei decenni precedenti. Ed oggi ciò che rimane come speranza per il domani della chiesa è quanto ha resistito al fervore censorio degli ultimi due pontificati.

Papa Francesco

Francesco, che si direbbe emerso da quei resti, sembra attendere dai carismi del Popolo un forte aiuto al suo lavoro riformatore. E gli oppositori crescono, ora confortati da quel testo che riafferma il dominio dei carismi “stabili, permanenti e irreversibili” della gerarchia, chiedendo agli altri di “riconoscere l’autorità dei pastori della chiesa”. E’ l’imbrigliamento del vento dello Spirito che spira dove vuole. Non è la posizione di Francesco il cui pensiero sul valore e l’autonomia del laicato è ben esplicitato in una sua lettera al cardinale Ouellet, Presidente della Commissione per l’America Latina, in cui afferma: “Questo Spirito non è solo proprietà della gerarchia ecclesiale”. Stando a quanto lì si legge, quell’altra lettera appare come una strenua difesa del clericalismo contro cui Francesco si batte. Basti qualche breve citazione. “Il clericalismo porta ad una omologazione del laicato… Limita le audacie necessarie per diffondere la Buona Novella… Il clericalismo, lungi dal dare impulso ai diversi contributi e proposte, va spegnendo poco a poco il fuoco profetico…”

Due mentalità opposte che pongono un interrogativo nient’affatto trascurabile. Se è certo che un papa non degraderà mai la gerarchia di cui è vertice, nasce, però, forte la curiosità di sapere come Francesco abbia potuto dare via libera ad un testo il cui orientamento dottrinale è così discrepante dal suo. Forse perché era in elaborazione fin da prima della sua elezione? Forse per tacitare i suoi avversari con documento lasciato tosto cadere nel silenzio?