Quando la protesta per l’esaurimento delle scorte di farina si trasformò in una protesta contro la Guerra
La Rivoluzione Russa, la disfatta di Caporetto, l’entrata degli U.S.A. nella Grande Guerra: il 1917 fu sicuramente un anno memorabile per l’Europa intera e per il resto del mondo.
Durante quei tumultuosi 365 giorni, nel mese di agosto per la precisione, anche Torino visse alcuni tra gli avvenimenti più concitati della sua millenaria storia.
Il capoluogo piemontese, nel pieno della Grande Guerra, entrò con prepotenza nel nuovo secolo attraverso una protesta che verrà ricordata come la “Rivolta del Pane”.
Ecco cosa accadde in quei caldi giorni dell’agosto 1917.

La situazione politico-sociale torinese nei giorni precedenti

A Torino, più che nelle altre città d’Italia, il clima sociale è teso sin dall’inizio del conflitto. La città è per la grande maggioranza una città operaia e proletaria (anzi, il numero degli operai aumenta negli anni bellici), dove gli interventisti non sono mai stati la maggioranza e dove la media borghesia è per gran parte neutralista.
Durante i primi anni del conflitto il tributo pagato dai cittadini è elevato, in termini di vite e di sforzo industriale, mentre i risultati ottenuti non corrispondono a quelli sperati. Iniziano i primi scioperi.
Gli operai delle fabbriche torinesi iniziano a protestare, i comizi non autorizzati di stampo socialista aumentano, dalla Russia arrivano le prime folate di vento socialista: la tensione sale giorno dopo giorno.
Il 13 agosto del 1917, dieci giorni prima della rivolta, alcuni delegati menscevichi arrivati dalla Russia tengono un discorso – che potremmo definire “moderato” – davanti a 40.000 operai davanti alla Casa del Popolo di Corso Siccardi.

Il 22 agosto 1917

Nei giorni successivi a Ferragosto, la farina inizia a scarseggiare e alcuni forni non aprono. La situazione è però ancora tutto sommato tranquilla: il fenomeno è settoriale e dipende dalla disponibilità di farina nelle varie zone della città.
Il 22 agosto la farina è terminata. Alle 9 il Prefetto annuncia che le panetterie non apriranno e cominciano le prime proteste.
Sono le donne e i ragazzi i primi a scendere in piazza: fermano i mezzi pubblici, urlano contro le sedi istituzionali. Nei rioni più periferici e proletari iniziano gli scontri veri e propri, che iniziano a coinvolgere gli operai delle fabbriche in sciopero.

Vengono divelte le rotaie dei tram e costruite le prime barricate con materiale di fortuna in Borgo San Paolo, Barriera Nizza e Barriera Milano; altre barricate, come quelle in Corso Vercelli e in Corso Principe Oddone, formate da tronchi d’albero e vagoni ferroviari, resisteranno per giorni. Si sentono i primi spari. Alcuni negozi di alimentari (e di armi) vengono saccheggiati dalla folla, nel frattempo aumentata di numero, alcune Chiese bruciate.

La protesta per il pane si trasforma in protesta contro la Guerra

In quei giorni di guerra, è un attimo il passare dalla protesta per la mancanza del pane alla protesta contro il conflitto mondiale in corso. Dopo anni di sangue, il pane diventa il mezzo attraverso cui esprimere un dissenso più marcatamente politico contro le istituzioni interventiste.
Un episodio è emblematico di quanto appena detto. Le righe che seguono sono riportate da Ricordi di un operaio torinese, di Mario Montagnana. L’autore descrive una scena che ha luogo in Borgo San Paolo, davanti alla fabbrica automobilistica Diatto: «Invece di entrare in fabbrica cominciammo a tumultuare davanti al cancello, lanciando alti gridi: non abbiamo mangiato. Non possiamo lavorare. Vogliamo pane! Il cav. Diatto viene allora di persona ad assicurare che richiederà subito un camion di pane alla sussistenza militare. Gli operai tacquero un istante. Proprio solo un istante. Si guardarono negli occhi, l’uno con l’altro. quasi per consultarsi tacitamente, e poi, tutti assieme, ripresero a gridare: Ce ne infischiamo del pane! Vogliamo la pace! Abbasso i pescecani! Abbasso la guerra! E abbandonarono in massa i pressi dell’officina avviandosi chi verso il centro della città alla Camera del Lavoro e chi presso altri stabilimenti che ancora lavoravano, per invitare gli operai ad unirsi allo sciopero».

I giorni successivi: cronaca della Rivolta

Il 23 agosto la manifestazione è diventata una insurrezione vera e propria. In piazza Statuto cadono i primi due dimostranti sotto i colpi della forza pubblica. Non mancano episodi di eroismo, soprattutto da parte delle donne, che abbandonano le case per invadere anch’esse le strade in protesta.
Il giorno successivo, il 24, le periferie sono completamente in mano agli operai, mentre il centro storico è presidiato dall’Esercito. Sul modello russo, gli operai tentano di convincere i soldati a passare dalla loro parte, ma, a parte sporadici casi, con scarsi risultati. Il loro obiettivo rimane quello di arrivare in piazza Castello e in Via Garibaldi.
Nel pomeriggio, male armati e senza un’idea chiara di combattimento, i dimostranti iniziano però a cedere sotto i colpi dell’Esercito, armato di mitragliatrici e mezzi blindati: cadono alcune barricate e gli operai iniziano a perdere il controllo delle periferie.

Il 25 agosto quasi tutte le barricate sono state abbattute e resistono soltanto alcuni gruppi di dimostranti, gli ultimi a volersi dare per vinti, nei rioni cittadini di appartenenza. Continuano comunque gli scioperi in tutte le fabbriche della città.
Il 26 agosto gli spari cessano quasi dappertutto. Cominciano i primi arresti di massa e inizia la conta di morti e feriti. Come comunicano le Autorità cittadine: “L’ordine regna a Torino”.

Il bilancio e l’eredità storica

Al termine dei disordini, i morti tra gli operai furono circa 50 (meno di una decina tra le Forze dell’Ordine) e circa 200 i feriti.
Pagina (in)dimenticata della Storia cittadina e Nazionale, la Rivolta del Pane di Torino – nonostante l’essere rimasta, all’epoca dei fatti, praticamente sconosciuta nel resto d’Italia a causa della censura – ebbe la particolarità di essere una rivolta totalmente spontanea.
Fu totalmente spontanea in quanto non venne coordinata né organizzata da nessun gruppo o sindacato locale (i cui dirigenti, nei giorni del tumulto, erano in vacanza) né tantomeno nazionale. Inoltre, quella di Torino fu la prima protesta, a livello europeo, a prendere le mosse dal coevo esempio russo, che proprio in quei giorni sprigionava la sua ideologia.

Di antica impostazione (si pensi alle barricate o alla causa scatenante, la mancanza di farina), la Rivolta del Pane di Torino traghettò la città più operaia d’Italia, ancora profondamente legata al secolo passato, su di un palcoscenico che stava prendendo forma in quei mesi, un palcoscenico europeo assolutamente novecentesco.