Torino è una città con un profondo senso del dovere, collaborante con le istituzioni e con le forze dell’ordine, abitata da persone esigenti ma solidali e attente. Una città che funziona, con un corpo di polizia efficiente ed efficace. È il quadro del 2019, un anno di grande attività e di risultati eccellenti  vissuto dagli uomini della Questura sulle strade della provincia di Torino.

Una capillare presenza sul territorio offre la possibilità di fotografare la città, oggi in modo puntuale e reale. Ne abbiamo parlato con il questore Giuseppe De Matteis, che ci spiega:  «Sono diminuiti i reati mentre sono aumentati in modo considerevole, il 28 per cento, gli arresti. Questo perché c’è una formidabile collaborazione coi cittadini. Hanno un alto senso delle istituzioni quindi ci chiamano in tempo reale segnalandoci con molta precisione il reato a cui stanno assistendo. Questo ci consente di intervenire in tempi rapidi con la volante e di portare poi gli arrestati a giudizio, una volta messi in sicurezza». 

Il cittadino collabora e segnala, ma spesso è vittima di quell’insicurezza percepita che è molto lontana dalla situazione reale del contesto vissuto. Non è un ostacolo al vostro lavoro?

In alcune telefonate, più che un reato ci viene segnalato un disagio, ma preferiamo ricevere più telefonate piuttosto che riceverne meno. E’ indice di fiducia nella polizia. E’ meglio una telefonata che segnala una situazione di disagio, ad esempio per segnalare un clochard che dorme davanti al portone di un palazzo, che è un problema da segnalare ai servizi di assistenza, che non riceverne. Significa che l’attenzione dei cittadini è alta:  una buona metà dei nostri interventi avvengono su loro chiamata 

Quale fotografia possiamo fare della città?

Torino è affascinante: ha funzionato un meccanismo di integrazione, fin dagli anni 50 e 60 quando ha accolto gli immigrati meridionali che poi hanno messo radici, creando una nuova generazione di torinesi di miste provenienze. C’è un bellissimo profilo facebook che si intitola “Sei di Torino se…” che dice “Sei di Torino se… almeno uno dei tuoi genitori non è di Torino” : questo è un segnale positivo di integrazione e anche di crescita della città.  Torino è quella di una città nella quale nascono idee. La città ha offerto già tanto, il concetto di Stato nasce qui come oggi sta crescendo e sviluppando il concetto di immigrazione.

I vostri dati però ci dicono che gli arrestati sono per la maggior parte stranieri.

Degli arrestati in flagranza di reato, il 69 per cento è composto da stranieri. Questo vuol dire che c’è un problema di integrazione.

Cosa significa?

Si tratta di persone che non riescono a trovare un’attività lavorativa che gli consenta un’integrazione per cui rimangono nell’ambito della microcriminalità.  È un dato che ci fa riflettere: Torino, forse sta raggiungendo il livello di saturazione dell’integrazione possibile. Se noi arrestiamo una percentuale così alta di stranieri, vuol dire che il problema serio è che non riusciamo  a collocarli nella società e nel mondo del lavoro. 

Tra i dati, interessante è il mondo dello spaccio di stupefacenti sotto la mole. I reati ad esso connessi sono aumentati del 14 per cento; su 2679 arresti complessivi sui maggiori reati, ben 1014 sono legati a detenzione di sostanza e spaccio. Interessante anche la quantità di sostanza sequestrata. Svettano i quasi 335 mila grammi di cannabinoidi, seguiti dai 9260 di eroina e, molto a seguire di cocaina per poco meno di 4500 grammi. Il dato sull’eroina è allarmante? Nei mesi passati si è parlato di un ritorno alla “vecchia” droga, che sembrava un po’ scomparsa dalle cronache.

La maggioranza della droga consumata a Torino, come appunto sostengono i dati, appartiene al ramo della cannabis. In alcuni casi c’è un maggior sequestro di eroina e di cocaina, ma non tale da essere definito un’emergenza.  A Torino il problema principale è un altro, il consumo di marijuana e hashish.

Il dato dello spaccio può essere legato alla difficoltà di integrazione degli immigrati?

C’è molto spaccio perché c’è tanta domanda. Tra i consumatori ci sono anche immigrati che hanno difficoltà di inserimento e che vivono ai margini della società ma il grosso della richiesta di stupefacente proviene dagli italiani e questo è un problema da tener presente. 

Avete suddiviso la città in una torta interessante, dove ciascuna fetta rappresenta una realtà differente. Quartieri virtuosi, come San Paolo o Borgo Po, altri  con forti difficoltà. Emergono tra questi Dora Vanchiglia e Barriera di Milano.

Barriera di Milano nonostante abbia una lunga tradizione di integrazione è un quartiere problematico. Sui 170mila abitanti della circoscrizione, il 13,4 per cento è composto da immigrati. Ecco perché su quel territorio insistiamo moltissimo, garantendo una capillare presenza: il commissariato di Barriera è quello che fa più arresti. Circa 300 all’anno, quasi uno al giorno. Anche lì c’è un problema di criminalità che riguarda la presenza degli immigrati.

Quale può essere l’indicazione da offrire a chi può intervenire su una maggiore integrazione e maggiori servizi?

Credo che potenziando gli sforzi che già ci sono sull’integrazione, da parte del Comune, della Prefettura, da parte della Chiesa, potremmo ridurre il numero di reati commessi dagli stanieri però bisogna essere chiari. Ci sarà sempre una parte di immigrati, o di italiani, che sceglie di delinquere. C’è una parte di persone che oggi è costretta a spacciare per sopravvivere, pero una parte altrettanto importante è fatta da chi lo ha scelto. Il business dello spaccio è molto importante perchè consente a coloro che provengono da paesi dove si è al limite della sopravvivenza, di realizzare centinaia di euro al giorno. Quindi bisogna essere cauti nel dare ricette,  insistere nell’integrazione, consapevoli che il problema rimarrà sempre.

Nel concetto di sicurezza integrata, in un incontro con il prefetto qualche mese fa, parlaste della possibilità di coinvolgere i parroci del territorio nell’attività di “sorveglianza”. Sentinelle al vostro fianco. Com’è stata la reazione?

Noi non chiediamo ai parroci di fare i poliziotti. Torino è una città nella quale l’omertà non esiste, il cittadino collabora al cento per cento. In rapporto alla popolazione, la questura di Torino è ai primi posti in Italia per risultati operativi e questo è possibile anche grazie alla grande collaborazione coi cittadini. I parroci hanno un ruolo fondamentale in quello che viene definita “sicurezza integrata”, poiché raccolgono gli umori delle persone, lavorano sulla percezione.

Parlare con un parroco spesso è più accogliente che farlo con una divisa? Alcuni di loro temono che una collaborazione con le forze dell’ordine significhi denunciare, venir meno al “senso cristiano”.

Comprendo la posizione dei parroci e dei sacerdoti che giustamente temono di venire meno ad un loro valore sacro, ma non si tratta di fare la spia, anzi. La chiesa potrà aiutarci molto: ci sono persone che per vari motivi difficilmente si rivolgono alle strutture pubbliche, mentre hanno più facilità a rivolgersi al parroco perché, ad esempio, vittime di violenza in famiglia che fanno difficoltà a confidare.

Possono aiutarvi con gli anziani?

Sono preziosi e ci aiutano per esempio a infondere informazioni agli anziani in merito al modus operandi dei truffatori. Gli anziani non si informano su web, guardano la tv e leggono i giornali, è difficile per noi spiegare loro come funziona la truffa. In questo i parroci sono “sentinelle”.

Come la salute non è solo assenza di malattia, la sicurezza non è solo presenza di divisa sul territorio ma trasporti efficienti, offerta culturale, parchi e strade illuminate Ad oggi, che visione ha della città?

Ho una visione molto positiva di Torino. Il giudizio è basato anche sulle esperienza lavorative che ho avuto in altre città, come Reggio Calabria, Roma e Milano. Ogni polizia è espressione della città, e se la polizia funziona è perché funziona Torino.