A ventiquattro anni di distanza dall’adozione del Piano Regolatore Generale (PRG) della Città di Torino firmato da Gregotti e Cagnardi, si sentiva la necessità di aggiornare uno strumento che iniziava a risentire delle mutate condizioni sociali ed economiche del territorio, come si poteva intuire anche dalla quantità di deroghe già apportate rispetto al disegno originario.

L’attuale amministrazione ha quindi intrapreso un percorso di revisione del PRG, per rimodularlo sulle mutate esigenze della città, sia attuali, sia future. Ne abbiamo parlato con il vicesindaco Guido Montanari, che è titolare delle deleghe all’Urbanistica.

Per disegnare un Piano Regolatore occorre guardare al presente, ma soprattutto al futuro. Spesso la vostra Amministrazione viene accusata di mancanza di “visione”, che invece è proprio quella che serve per immaginare le linee guida dello sviluppo. Come rispondete a queste affermazioni?

Intanto partiamo dal presupposto che l’attuale revisione del PRG la stiamo mettendo in campo con tempi e risorse ben più limitate di quelle che ebbero a disposizione i progettisti che lavorarono al Piano attualmente in vigore. Tuttavia questo non significa che ci manchi una visione progettuale, basterebbe andare a guardare gli atti, ad esempio la delibera con cui abbiamo iniziato il percorso di revisione. In molte occasioni abbia ribadito come l’intento sia quello di costruire una città della cultura, della scienza, della ricerca, dell’innovazione, ma soprattutto vivibile: verde, sport, servizi per i cittadini e molto altro.

Ottimi presupposti, che però vanno poi tradotti concretamente, altrimenti restano dichiarazioni d’intenti …

Naturalmente. E per farlo occorre in primo luogo attrarre investimenti, una cosa non semplice se le procedure per le nuove realizzazioni sono farraginose. Per questo stiamo lavorando, insieme agli imprenditori, per rendere più agili le procedure di autorizzazione, per esempio riducendo da 24 a 12 le aree normative e semplificando anche i criteri per i cambi di destinazione d’uso.

Negli ultimi anni tuttavia si è costruito molto, forse anche troppo. Non sarebbe il caso di ridurre o azzerare il consumo di suolo?

Qui occorre fare una piccola premessa: dal punto di vista tecnico, sull’area cittadina il consumo di suolo è del 100%, nel senso che anche le aree con presenza di verde non risultano come terreno vergine, ma hanno già una destinazione d’uso, per esempio come zone a servizio pubblico. Preferiamo quindi distinguere fra zone permeabili e impermeabili.

Ovvero?

Spieghiamo con un esempio pratico: se invece di realizzare un parcheggio in asfalto, che andrebbe a impermeabilizzare il suolo, utilizziamo una pavimentazione con autobloccanti, otteniamo una superficie permeabile, in grado di trattenere meglio l’acqua in caso di precipitazioni abbondanti, evitando o riducendo in tal modo i rischi di allagamento. Inoltre l’acqua verrebbe filtrata e immessa nel sottosuolo, e fra gli interstizi potrebbe anche annidarsi vegetazione o microfauna. È chiaro che un prato è un’altra cosa, sia in termini di biodiversità, sia per quanto riguarda i cosiddetti servizi eco sistemici, ma rispetto a una colata di asfalto o cemento è già un miglioramento. Inoltre, in caso di riqualificazioni, la tendenza è quella di andare a ridurre le coperture, in modo da liberare terreno che possa essere rinaturalizzato. Al momento possiamo dire di essere in sostanziale pareggio fra abbattimenti e nuove costruzioni, ma l’idea è quella di diminuire la superficie impermeabilizzata e restituire suolo che possa anche essere adibito a verde.

A proposito di verde, il PRG dovrà anche integrarsi con il Piano del Verde Urbano in progettazione …

Certo. E anche col Piano per i cambiamenti climatici. Per aumentare la qualità dell’aria e mitigare gli eccessi del meteo, la soluzione migliore è piantare alberi. Naturalmente, la gestione del verde ha un costo e, visto che le risorse sono limitate, stiamo cercando di coinvolgere i privati, perché si occupino della manutenzione nelle aree di loro proprietà, ma aperte alla fruizione pubblica. Ma ci sono anche altri interventi possibili: basti pensare che la bolla di calore creata da un tetto piano in cemento può essere stemperata semplicemente con una copertura verde, anche di pochi centimetri.

Qui entriamo anche nelle problematiche energetiche, legate a riscaldamento e raffrescamento degli edifici. Una città costruita bene deve essere energeticamente efficiente e produrre una parte dei propri fabbisogni. Prevedete incentivi in materia?

Sì, sono presenti nell’allegato energetico. Ma occorre fare tre considerazioni. La prima riguarda il fatto che paghiamo la vetustà del patrimonio edilizio, costruito in buona parte negli anni del boom economico della città, quando non si teneva conto dell’aspetto energetico. Penso a certi edifici scolastici degli anni ’60 e ’70 che sarebbe forse meno oneroso rifare totalmente piuttosto che provare a ristrutturarli, ammesso che servano ancora, visto il costante calo demografico. Seconda cosa, la necessità di legiferare in maniera flessibile, per non precludersi le possibilità offerte da una tecnologia in rapida evoluzione: per capirci, non si possono vincolare le risorse prioritariamente sui pannelli solari, per poi non averne su un qualcosa di ancora più efficiente come le pompe di calore. Occorre tener conto dei progressi in questo campo, spesso più rapidi della normativa. Infine, c’è anche un problema culturale, perché al momento la domanda in campo immobiliare tiene ancora in scarso conto l’aspetto energetico. Quando le persone decidono di acquistare un alloggio, valutano altri aspetti, senza tener conto del fatto che un immobile costruito per garantire l’efficienza energetica consente risparmi notevoli, tali da ammortizzare in breve tempo un investimento iniziale maggiore.

Un capitolo importante riguarda la mobilità …

Qui riteniamo fondamentale la linea 2 della metro. Il problema, come sempre, sono i finanziamenti. Ma ci stiamo muovendo in ogni direzione – locale, nazionale e internazionale – per reperirli, e siamo fiduciosi

Quindi una città che – finalmente – riesce a uscire dalla monocultura dell’automobile?

La presenza dell’industria automobilistica è comunque importante, è parte integrante della nostra città. E a questo proposito va sottolineato che in fase di revisione del Piano vogliamo guardare al futuro, ma senza dimenticare il passato. E dicendo questo non vogliamo riferirci solo ai monumenti e agli edifici storici, ma anche a quella architettura più recente – risalente agli ultimi decenni – che è entrata a far parte del tessuto e del vissuto cittadino. Anche queste realizzazioni hanno contribuito a creare un’identità, sia a livello generale, sia localmente, nei singoli quartieri. Una memoria che vogliamo preservare, recuperando gli edifici o perlomeno mantenendo la loro testimonianza. Una operazione culturale che deve viaggiare parallelamente a quella urbanistica.