“C’è un torinese ad Amsterdam…”Detta così sembra quasi l’inizio di una barzelletta, invece è la storia che vi raccontiamo è vera e non è frutto della fantasia.
Paolo Ruffino, classe 1990, è andato via abbastanza presto dall’Italia. Subito dopo la laurea triennale in Scienze Politiche all’Università di Torino ha infatti deciso di rivolgere verso l’estero le sue ambizioni ed il suo impegno.

Ad accoglierlo sono stati i Paesi Bassi, dove ha conseguito due master: uno in “Enviromental Governance” all’Università di Utrecht e uno in “Urban and Regional Planning” all’Università di Amsterdam. Oggi lavora per l’Istituto Decisio e si occupa, proprio ad Amsterdam, di “pianificazione della mobilità sostenibile, in particolare quella ciclabile”.
Quella di Paolo non è la solita storia, trita e ritrita, del cervello in fuga dall’Italia. Lui, infatti, torna in Italia ogni volta che può e non perde occasione per collaborare con i nostri enti locali, come il Comune di Torino o la Città Metropolitana di Torino.
La parte divertente di solito arriva quando, dopo aver detto che si occupa di “strategie nell’ambito urbano e dei trasporti”, deve spiegare in che cosa è laureato.

Già, perché la sua formazione di base in campo politico sociale è stata considerata un grande valore aggiunto in Olanda, dove la pianificazione urbana è multidisciplinare, inclusiva e multilivello. In Italia, invece, quando Paolo si trova a spiegare che non è né un architetto, né un ingegnere, di solito i suoi interlocutori gli rispondono spalancando gli occhi con aria perplessa.
Evidentemente, gli olandesi fanno progettazione urbana in modo un po’ diverso rispetto a noi italiani… Sarà per questo che l’ultima classifica (2017) pubblicata della società di consulenza Mercer sulla “qualità della vita nelle città del mondo” mette Amsterdam al 12esimo posto e Milano solo al 41esimo, mentre Roma addirittura al 57esimo?

Allora Paolo, cosa ti ha spinto ad andare via dall’Italia per studiare?

Andare via dall’Italia è stata una scelta motivata, in primo luogo, dalla mia voglia di esplorare e conoscere culture e luoghi diversi più che da una necessità economica o di lavoro. In secondo luogo, perché ero alla ricerca di un percorso di studi che affrontasse i temi dell’urbanistica e dei trasporti da un punto di vista strategico-politico ed organizzativo (il cosiddetto “transport planning and policy”) più che da un punto di vista ingegneristico-progettuale (o “transport engineering”). Quello che credo manchi in Italia è proprio il primo approccio, più che il secondo. Ho scelto proprio i Paesi Bassi perché sono la capitale della bicicletta e da amante delle due ruote volevo imparare la pianificazione ciclistica dai migliori.

Quanto influisce nella tua attuale posizione lavorativa la formazione politico-sociale che hai conseguito in Italia?

La formazione politico-sociale è fondamentale per vari motivi. Da un lato, l’ampio background serve per meglio contestualizzare i piani nell’ambito socio-culturale, normativo ed economico locale. Molto spesso, problematiche di mobilità sorgono per questioni puramente legati alla cultura delle persone e se non si affronta la radice culturale dei problemi chiaramente è difficile cambiare. Dall’altro, il politologo conosce le esigenze dell’amministratore e sa leggere i processi politici, pertanto – quando si muove nel campo della pianificazione – sa riconoscere la fattibilità politica delle azioni da inserire nel piano e sa quando è il momento di muoversi proponendo più o meno soluzioni ambiziose. Piani di successo sono infatti quei piani che sanno unire la fattibilità tecnico-economica a quella politica. Il politologo è colui che riconosce quando quello che un piano propone è fattibile dal punto di vista politico e “vendibile” al pubblico anche quando potenzialmente impopolare e pertanto contribuisce sia alla continuità amministrativa che a quella del piano – evitando che diventi “solo un pezzo di carta”. Infine, l’ampio background è l’ideale nel project management e soprattutto nei processi di “visioning”.

Come si vive ad Amsterdam? Insomma, questo 12esimo posto se lo merita?

Amsterdam è una compatta città mondiale, grande come Torino ma con l’atmosfera di una metropoli come Londra. Però a differenza di Londra e Torino, è una città molto vivibile grazie al fatto che il 45% degli spostamenti avviene sulle due ruote il che vuol dire: aria meno inquinata, meno traffico, meno rumore, più efficienza dei trasporti e meno stress. Secondo me il 12 posto se lo merita eccome, ma vi sono città ancora più eccezionali come Utrecht, dove ho vissuto per quasi tre anni.

Com’è Torino vista da lassù? Ti manca?

Torino è una città dall’enorme potenziale inespresso, ha tutte le carte in regola per essere la città più vivibile e dinamica d’Italia ma il forte conservatorismo verso il cambiamento (e per conservatorismo intendo la nostra mentalità “bogia nen”, timorosa dell’innovazione) unita all’endemica mancanza di risorse rappresentano un freno non indifferente. Torino ogni tanto mi manca ma, facendo spesso il pendolare tra Amsterdam e Torino per progetti, ho occasione di continuare a vederla.

Hai intenzione di tornare? Consiglieresti ad un ventenne italiano di fare una scelta come la tua?

Se intendi di pianta stabile penso nel breve periodo di no, in quanto il mio lavoro mi spinge in tutta Europa e nel mondo e purtroppo Torino non è così ben connessa come Amsterdam, ma probabilmente più avanti se dovessi scegliere di tornare in Italia sicuramente è l’unica città che considero. Al momento mi sento cittadino del mondo. Consiglio sicuramente ad un ventenne di fare un’esperienza fuori dalla propria comfort zone, che sia in un altro quartiere, o in un’altra città italiana o anche fuori dall’Europa. Il contatto con la diversità di cultura, di abitudini e di pensiero è cio’ che ci arricchisce e ci rende liberi ed indipendenti ma anche tollarenti e aperti al diverso e il nuovo.