Tra il 1629 e il 1633 l’Italia settentrionale fu interessata da una delle più gravi epidemie della storia: si tratta della famosa pestilenza di manzoniana memoria, che sconquassò le grandi città del nord Italia, arrivando a lambire i territori toscani.

In queste zone, la peste uccise circa 1 milione e centomila persone, praticamente il 25% della popolazione di quel periodo. Alcune città, come Padova e Verona, Milano e Torino, ebbero un ben più elevato tasso di mortalità: a Padova morì addirittura il 60% degli abitanti, a Torino più del 30%.

Nel capoluogo piemontese, la peste arrivò in punta di piedi, nel gennaio del 1630.

I primi morti

Franceschino Lupo, torinese, di professione calzolaio. È lui la prima vittima della grande pestilenza. A prima vista dettaglio banale, il mestiere di tale Franceschino rende facile capire il perché sia stato il primo contagiato in città: la prima persona a contrarre il terribile morbo non poteva essere che un uomo costantemente a contatto con le suole di stivali e scarpe, che avevano calpestato le poco igieniche strade del tempo.

Dopo di lui, l’ecatombe. Dieci, cento, mille, migliaia di persone infette dai bubboni neri e purulenti.

Con la fine dell’inverno la situazione ovviamente peggiorò e il caldo favorì il contagio. I corpi in decomposizione si accatastavano in cumuli che arrivavano, nei momenti peggiori, al primo piano delle case, dalle cui finestre i cadaveri venivano fatti spesso cadere.

Furono chiuse le porte della città e fu vietato l’ingresso ai forestieri, nel disperato tentativo di limitare il numero dei decessi.

Due grandi figure: Giovanni Francesco Bellezia e Giovanni Francesco Fiochetto

Il destino ha voluto che le due figure più importanti di quei momenti avessero lo stesso nome di battesimo.

Con la fuga dei Savoia a Cherasco, nella speranza di evitare il contagio, la città si trovò improvvisamente senza una guida. Fortunatamente, questi due uomini si dimostrano meritevoli dell’onore che la Storia rese loro nei secoli a seguire.

Il primo, Giovanni Francesco Bellezia, era il sindaco della città. Si attivò in prima persona per gestire la macchina dell’assistenza sanitaria e degli approvvigionamenti, oltre che per limitare gli episodi di sciacallaggio. Quando fu egli stesso colpito dal morbo (a cui fortunatamente sopravvisse) continuò ad impartire istruzioni dal suo letto, al civico numero 4 della via che oggi porta il suo nome.

Scrive il Cibrario: “Mentre tutti fuggivano, cercando nell’aria aperta delle campagne e tra i recessi de’ monti un asilo contra la morte, e la città sciolta e sgovernata, quando appunto avea bisogno di maggior governo, pericolava per più maniere di mali, egli, il Bellezia, quasi solo rimase, e pigliò sopra di sé tutto il carico della cosa pubblica”.

Il secondo, Giovanni Francesco Fiochetto, era il medico di corte. Nonostante le scarse conoscenze dell’epoca, non abbandonò mai la città, e fu tra i primi a capire il ruolo fondamentale di una accurata igiene personale per limitare il contagio, a discapito delle sciocche superstizioni astrologiche.

Aceto per lavarsi le mani, finestre aperte, roghi di mobilio e indumenti infetti, sterilizzazione delle monete; sono solo alcune delle accortezze imposte dal medico alla popolazione torinese. Costrinse il Comune ad apprestare capre per allattare gli orfani, indagò sui medici che si rifiutavano di curare i più poveri.

Anch’egli, come il sindaco Bellezia, sopravvisse alla peste, pur perdendo la figlia.

Nel 1631 diede alle stampe il “Trattato della peste et pestifero contagio di Torino”, che fu ristampato per il suo valore scientifico nel 1720 durante la pestilenza di Marsiglia. All’interno della sua opera, Fiochetto ci descrive anche diverse scene strazianti. Tra queste, la morte di due fratellini di due e quattro anni, trovati abbracciati sulle scale della Chiesa della Santissima Trinità in via Dora Grossa, l’attuale via Garibaldi, e sempre abbracciati vennero sepolti.

Arriva finalmente l’inverno

Dopo mesi di emergenze e di decessi (durante l’estate, addirittura duecento al giorno) così come era arrivata, la grande peste se ne andò, grazie all’arrivo dell’inverno e del freddo.

A parte il numero dei decessi, pari a circa un terzo degli abitanti, a perpetuo ricordo di quei tremendi giorni rimane il lazzaretto dell’Orrido di Foresto, in Val Susa, dove la tradizione racconta fossero inviati i contagiati della città in attesa della guarigione. O della morte.