Alessandro Ciquera, giovane collegnese classe 1988, è uno studente di Scienze Internazionali un po’ particolare. Dal 2011 ha infatti deciso di unire alla sua formazione universitaria un percorso di impegno diretto nella cooperazione internazionale come volontario di Operazione Colomba.

Operazione Colomba è un progetto aperto nato nel 1992 per portare sostegno e assistenza all’interno dei campi profughi croati durante il conflitto della Ex Jugoslavia. I volontari di OC si ispirano ai valori della non violenza, dell’equivicinanza (ovvero “la condivisione della vita con tutte le vittime sui diversi fronti del conflitto, indipendentemente dall’etnia, la religione, l’appartenenza politica”) e della partecipazione popolare, che consente a chiunque aderisca a questi valori, a prescindere dalla sua formazione professionale, di partecipare ai progetti di intervento. Operazione Colomba, insieme a diverse realtà del torinese (fra cui ACMOS, Fondazione Vera Nocentini, AltreProspettive, Centro Studi Sereno Regis, Fondazione Benvenuti In Italia, Libera Piemonte) ha organizzato anche quest’anno, il 15 febbraio scorso, un concerto di raccolta fondi ospitato dall’Hiroshima Mon Amour e dedicato a sostenere economicamente i rappresentanti dei profughi siriani per effettuare incontri con i parlamentari europei finalizzati alla ricerca di appoggi alla loro Proposta di Pace.

Alessandro ha cominciato il suo servizio insieme ad Operazione Colomba quando aveva poco più di 20 anni e ha deciso di partire per un intervento in Palestina, nella zona della colline di Hebron, dove è stato impegnato fino al 2013.
Attualmente si trova nel Nord del Libano, nel campo profughi 022 di Tel Abbas, nella Regione di Akkar, ad appena 5 chilometri di distanza in linea d’aria dalla Siria. E’ possibile raggiungerlo attraverso facebook, che lui utilizza come canale di contatto con l’Italia nella speranza che far giungere informazioni e racconti di vita vissuta dal campo possa tenere alta l’attenzione sulla questione siriana e bucare il silenzio assordante della politica e delle istituzioni.

La vita nel campo è difficile: «Andiamo avanti in mezzo a imprevisti vari e persone che vengono a bussare alla porta per chiedere aiuto, protezione e accompagnamento. Penso spesso che il nostro è un ruolo in qualche maniera anche politico, perché devi essere pronto a situazioni diverse e complesse» come lui stesso racconta. «Qui ora siamo in quattro ma il numero varia a seconda della disponibilità dei volontari», spiega Alessandro, «le persone che si presentano e con cui in qualche modo ci relazioniamo sono centinaia e sono rifugiati provenienti da tutta la regione. Abbiamo una presenza stabile all’interno del campo profughi perché sta subendo minacce di incendio e aggressione da parte delle mafie locali». Poco dopo arriva infatti la foto del tetto della scuola del campo, che qualche notte fa è stato dato alle fiamme «da qualcuno che voleva minacciare gli abitanti del campo profughi».
Per questo è fondamentale diffondere informazione e conoscenza su ciò che sta accadendo in Siria e nei territori circostanti, e poterlo fare attraverso la voce di chi vede e vive i fronti del conflitto, è cosa rara e preziosa. Vale proprio la pena di leggere questa lettera scritta da Alessandro, per provare ad allungare lo sguardo, ad aprire il cuore e a svegliare la coscienza.

LETTERE DAL FRONTE

Tel abbas, campo 022, Akkar, Libano.
24, marzo 2018, settimo anno della guerra in Siria:

Caro Hammoudi, 
Mentre ti scrivo i tuoi genitori stanno cercando per l’ennesima volta di fare il tuo bene. Correndo a destra e a sinistra, devono trovare il sangue per curare tramite trasfusione la malattia che ti affligge da quando sei piccolo. 
Hai visto la guerra su idlib, il tuo distretto natale, hai udito i bombardamenti e sei stato spaventato dalle divise di uomini armati ai posti di blocco. Tu, che nei primi anni della tua esistenza hai già dovuto soffrire così tanto.
Ti scrivo questa lettera perché per me è un modo di parlare al futuro che verrà, alla fine della guerra. La Siria, il tuo paese, da tempo non esiste più. Non esiste più perlomeno come luogo di convivenza generale tra le comunità, di sicurezza sociale, di incontro e scambio tra fedi diverse. Il tallone della dittatura militare e del fondamentalismo religioso ha schiacciato da tempo i fiori del dialogo, anche se i semi rimangono, a dispetto di tutto il resto.
Per me, che in questi anni ho vissuto nei campi profughi vicino al confine, la tua storia è rappresentativa di tante altre. Chissà se un giorno troveremo il modo di spiegarti ciò che stai vivendo, anche se forse, in parte, lo intuisci già. Non riesco a trovare una spiegazione razionale al perché ancora oggi l’uomo arriva a sentire il desiderio di uccidere un suo simile. Mi dispiace che, nonostante la tua innocenza, hai testimoniato tanta violenza ai tuoi occhi. Scrivo queste parole perché credo fermamente che i frutti veri del nostro lavoro li coglieremo tra venti-trent’anni, quando le generazioni che adesso vediamo come bambini saranno cresciute. Avranno in mano il loro destino. 
Voi Hammoudi, sarete ricordati come i “bambini che sono sopravvissuti”, e i libri di storia racconteranno la distruzione che eserciti criminali hanno compiuto nel vostro paese di origine. Sento il desiderio profondo che le parole che ti sto scrivendo rimangano, e ti vengano trasmesse quando sarai in grado di comprendere pienamente. Vorrei che ti rimanesse sempre nel cuore una consapevolezza, una sola, che non tutti in questa epoca si sono girati dall’altra parte di fronte alle sofferenze della tua gente. 
Sempre c’è chi, anche nel momento più buio, sceglie di prendere le parti di chi è più in difficoltà. 
La vita sa essere molto ingiusta, spietata e dolorosa, ma cerca, se potrai, di tenere sempre a mente che tante persone tra convenienza e giustizia hanno scelto e scelgono la seconda. 
Stiamo facendo il possibile, spesso al limite delle nostre forze, per supportare e proteggere quanti più rifugiati riusciamo. Tu, in questi giorni sei uno di questi, incontrato in uno dei quartieri più marginalizzati della città di tripoli, nel Libano del nord. In palazzoni popolari anonimi e diroccati, serbatoio di tante anime sopravvissute alla guerra e all’ annientamento. Alla guerra, nel tuo caso, si è aggiunta la malattia, la talassemia che fa soffrire così tanto te e tuo fratello Khaled. 
A volte mi piacerebbe poter strappare la sofferenza di dosso alle persone, soprattutto quando nel corso della giornata ne incontriamo così tanta, e con pochi spazi di manovra per quanto riguarda gli aiuti umanitari, mi piacerebbe strapparla questa sofferenza, eppure non posso, non è umano. Ti scrivo questa lettera mentre fuori nel campo profughi piove, sperando che, tra tanti anni, quando sarai cresciuto, ti ricorderai di noi “mutatawain italyyn-volontari italiani”, che in mezzo a tante contraddizioni e fatiche abbiamo provato a lasciare la nostra impronta umana in questa disumanità collettiva. Ricordati sempre che qualcuno ti ha voluto bene e ha lottato perché tu potessi avere un futuro diverso dalla miseria e dalla distruzione. Un futuro che ora è una pagina bianca, su cui tu scriverai la storia della tua vita. 
Tu sei Hammoudi, nato dalla guerra e dall’amore, quello dei tuoi genitori e fratelli che ti hanno voluto al mondo e sostenuto, quello nostro che abbiamo cercato di aiutarvi attraverso i corridoi umanitari ad ottenere un visto verso la Francia, quello di chi ti ha preparato una casa lontano da qui. 
Se mai qualcuno dovesse un giorno mettere in discussione il tuo essere un giovane Siriano cresciuto in Europa, tu ricordagli chi sei e da dove vieni. Ricordati che sei Hammoudi, figlio della violenza e di un amore più forte della violenza.