Ha perso un’occasione per affrontare il dibattito in Sala Rossa, e avrebbe potuto chiedere per tempo che si svolgesse in un’altra data, così da poter andare a Dubai a promuovere la città negli Emirati  senza altri pensieri.

Ma la sindaca di Torino Chiara Appendino rifiuta l’idea di aver voluto evitare la trincea della Tav e ribadisce,  in precario equilibrio tra ruolo istituzionale e ruolo politico, il suo scetticismo sull’infrastruttura. «Mi sposto molto poco da Torino – afferma Appendino – e ho fatto questo viaggio perché la Città ha puntato molto sui rapporti con gli Emirati, che stiamo incrementando, anche dal punto di vista culturale, ad esempio con Sharjah e il suo Salone del Libro».

In un’intervista a La Stampa la sindaca afferma in sostanza che la Torino-Lione è stata per decenni una grande chiacchiera. «È un tema di cui si dibatte da 30 anni. Credo che la scelta di basare la decisione su un’analisi costi benefici sia corretta e spero che venga presa il prima possibile».

«Si è liberissimi di ritenere fondamentale la Tav – prosegue la sindaca – ma si è altrettanto liberi di guardare al futuro cercando di cogliere le opportunità legate all’innovazione come guida autonoma, 5G ma anche i droni, con tutta la filiera tecnologica che vi sta dietro».

Rispondendo così alla freddezza del leader dell’Unione industriale, Dario Gallina, sull’argomento.«In un contesto di limitazione della spesa e scarsità di risorse – prosegue la sindaca – è giusto discutere su come allocare diversi miliardi di euro che, peraltro, l’Ue finanzia solo in minima parte. Non siamo contrari alle grandi opere, purché sostenibili e utili al miglioramento della qualità della vita».

Il fronte del sì, così trasversale, non le crrea imbarazzo: «Non importa che sia l’Unione industriale, un sindacato o un comitato di periferia. Un sindaco ascolta e cerca di creare luoghi civili di confronto».

«Torino non è ferma, anzi – replica – Sostengo da anni, anche da prima di essere sindaca, che Torino abbia subìto più di altre città del Nord la crisi, eppure, molte delle persone che oggi sollevano legittime preoccupazioni, fanno parte della stessa classe dirigente che, negli ultimi anni, ha osservato i centri direzionali andarsene, il baricentro della finanza e dell’assicurazione spostarsi su Milano e la Fiat disimpegnarsi».