Più che un dibattito uno scambio di battute sgonfie come un pallone bucato. L’annunciata giornata storica per i No Tav in consiglio comunale, snobbata dalla sindaca Appendino, è lo specchio di una città stanca e senza bussola.

La manifestazione trasversale, dalla Cgil alla Confindustria, favorevole all’opera, non ha acceso particolarmente gli animi e non passerà alla storia come la marcia dei 40mila anche se alla fine si farà qualcosa di riveduto e corretto.

I cittadini, i portatori di interessi, fanno bene a far valere le loro ragioni, pro o contro. Ma spetta alla politica tirare le fila. Questa politica però non sembra davvero in grado di farlo. Il Pd,  è stato espulso dalla Sala Rossa dopo aver esposto cartelli pro Tav e, dopo l’invito del presidente Versaci,  si è rifiutato Morettianamente di rientrare: mi si nota di più se non vengo o se vengo e sto in disparte ?

La Lega si è sì dichiarata Si Tav, ma più per rendita politica, che per scelta di campo. L’assessore Montanari e i consiglieri grillini hanno un’altra volta raccontato la favoletta che i soldi risparmiati sulla Tav finiranno al trasporto pubblico locale. Ma quando mai.

Interventi No Tav e Si Tav si sono succeduti in modo vago e ideologico – e paradossalmente solo la comunista Artesio, sulla carta la più trinariciuta, si è sottratta al rituale – a dispetto dell’analisi costi benefici, ordinata dal governo e che verrà diffusa nelle prossime settimane. Un documento che dovrebbe servire da base di discussione e che invece sarà utilizzato, come sempre, solo come supporto di posizioni già ampiamente definite.

Del resto è inutile girarci intorno, come ha ammesso lo stesso Marco Ponti, incaricato dell’analisi sull’opera, le decisioni sul futuro hanno sempre un ampio margine di incertezza e spetta alla politica prenderle, proprio come la manovra di cui si dovrà discutere in Parlamento. La politica decida, in un senso o nell’altro. Faccia il suo mestiere.

Immaginare il no alla Tav come moneta di scambio del si alla Tap, il gasdotto che arriverà nel Salento, con la protesta rumorosa e clamorosa della base grillina con tanto di bandiere bruciate, non aiuta di certo.  In questo contesto Appendino, principale rappresentante della politica e delle istituzioni torinesi, votata dai cittadini a maggioranza soltanto due anni fa, ha perso un’altra occasione per metterci la faccia.

Ed è riuscita soltanto nel difficile compito di unire un grande fronte contro di lei, compresi gli industriali e i commercianti che l’avevano, se non sostenuta alle elezioni, accolta con interesse e una certa benevolenza.

Così il consiglio, che ha attirato oggi l’attenzione di tutti i media nazionali, è scivolato via nell’anonimato votando senza clamore l’ordine del giorno grillino per mettere l’opera in lista d’attesa, mettendo in scena più un teatrino dei pupi che una pagina di cronaca degna di nota, chiudendo l’argomento in meno di due ore.

«Siamo passati a discutere da grandi opere internazionali ai marciapiedi e ai cordoli e non credo che così si darà un grande futuro a Torino», ha osservato poi Fassino rientrando in aula per proseguire la seduta sugli altri capitoli all’ordine del giorno, dopo il breve esilio dovuto alle baruffe iniziali.

Anche lui, però, fuori tempo massimo.