Il taglio dei parlamentari? Un obolo, pagato al culto della demagogia sempre più populista che piega la democrazia di rappresentanza in Italia sotto i colpi di una propaganda dai titoli accattivanti, ma dai contenuti che, appena approfonditi, fanno comprendere che ci si trova davanti a una affare, bensì a una colossale fregatura.

Il tanto acclamato “taglio dei parlamentari”, legge sulla quale è stata approvata l’esecuzione di un referendum non è, per i comitato del No, una buona idea, anzi: è il viatico per rendere sempre più precario il diritto di ogni cittadino ad essere rappresentato da colui che viene eletto. Non solo, la nuova legge costituzionale di fatto metterebbe in mano ai poteri forti della politica l’esclusività della scelta di chi corre e chi no, dei componenti della squadra.

Se poi tutto si somma alla prossima legge elettorale sempre più diretta verso un proporzionale senza preferenza e con soglie di accesso molto alte, l’infernale combinato disposto eccolo servito sul piatto d’argento della retorica piglia voti. Il tutto è stato rappresentato nel primo appuntamento pubblico del comitato di Torino e provincia “noiNo”, svoltosi al circolo Antonio Gramsci di via Musinè. A spiegare le controindicazioni del taglio del numero dei parlamentari il docente universitario di scienze politiche Andrea Printoni, con Stefano Marengo e Fabio Malagnino, coordinatori del comitato.

«Ci troviamo di fronte alla necessità di garantire una presenza democratica, dopo che precedenti riforme l’hanno già ridotta di molto, alle regioni nel 2011 e con la legge Del Rio sulle Province». Marengo snocciola numeri, per fotografare la demagogia fatta sulla retorica che, in Italia, tiene banco da sempre: “i parlamentari sono troppi e costano troppo”.

«Se costano troppo – commenta Printoni – perché anziché tagliare il numero degli eletti non si è pensato di ridurre diarie e compensi?». Il risparmio di 50 milioni di euro annui che si ottiene dalla proposta di riforma, non vale quanto in realtà si andrebbe a sacrificare: il diritto di ogni cittadino a essere rappresentato.

«Con la riforma, avremmo un deputato su 150mila abitanti e un senatore su 300mila». Non solo, le campagne elettorali future, ferma la riforma, imporrebbero al candidato la copertura di un territorio importante per dimensioni e quindi una campagna elettorale costosa, perchè il rapporto fisico con il cittadino elettore non po’ essere delegato al web. «Tutto diventerebbe impossibile per chi ambisce a una carriera politica e non è ricco», dice Caterina Renna. Coordinatrice del comitato per il No dei giovani.

Una battaglia controcorrente, perchè il taglio dei parlamentari, nella sua prorompente demagogia, avrebbe già sedotto buona parte degli italiani che guardano al numero degli eletti e non, per esempio, alla qualità della rappresentanza. Si propone insomma dalla politica anti-casta una logica che alla casta porterebbe maggiori ossigeno, tagliando fuori il diritto alla partecipazione a chi non è favorito dal capopartito o che non ha abbastanza quattrini.

«Credo che le battaglie debbano essere fatte anche se difficili – sostiene Malagnino – Non si creda che basti tagliare le spese e il numero dei parlamentari per migliorare la qualità del parlamento. È una battaglia di democrazia:crediamo che al di là delle dichiarazioni di facciata ci siano larghe fasce di popolazione che non vedono di buon occhio questa riforma. Meno parlamentari vuol dire meno rappresentanza soprattutto dei piccoli comuni, delle aree interne del territorio, sappiamo che l’Italia è un Paese fatto non da grandi città, ma da piccoli centri, aree montane: questa riforma rischia di vedere ridotta, quasi azzerata la loro rappresentanza».

Il comitato sarà trasversale. Nasce per sostenere la tesi a difesa della rappresentanza democratica, «quindi chiunque si riconosce è benvenuto», conclude Marengo.