Due sono le premesse che risultano essere d’uopo.

La prima: Black Mirror è la serie ideale per i non addicted. È una serie antologica, in termini tecnici. Ogni puntata è scollegata dall’altra e non è necessario guardarle in ordine. Saltate pure di palo in frasca, perché tanto l’angoscia viene sempre e comunque.

Perché la premessa numero due è proprio questa: l’angoscia.

Come per The Purge, anche in questo caso la sensazione che rimane è di profonda angoscia. Come se per i sessanta minuti dell’episodio fossimo proiettati in un futuro lontano, ma neanche più di tanto.

Vi dico solo questo: la prima puntata si chiama The National Anthem – Messaggio al Primo Ministro. Esce nell’ottobre 2011 e racconta di un ricatto al Primo Ministro inglese per ottenere la liberazione di un ostaggio. Pochi anni dopo, nella nostra realtà, ci sarà il PigGate. Uno scandalo che coinvolse il Primo Ministro Cameron. Ecco, cercate la trama di Black Mirror 1×01 e cercate informazioni sul PigGate.

Capite il senso di angoscia che prende quando si guarda Black Mirror?

E a differenza di The Purge qui intravedo un futuro che riguarda un pochino tutti, temo.

Perché se nella notte del giudizio i più strutturati possono ancora tener saldi i meccanismi di difesa e essere più “immuni” al fascino della violenza gratuita e impunita, in Black Mirror diventiamo tutti vittime.

Il fil rouge di questa serie è quello di un futuro dove ogni attività è condizionata e veicolata dalla tecnologia. Le relazioni nascono, crescono e muoiono secondo le probabilità che un app calcola. I genitori controllano i figli filtrando la loro interazione con il mondo inserendo loro una sorta di filtro anti cattiveria, con il quale i figli non vedo le cose brutte. Le stesse vite sono vissute per il numero di like che si ricevono sui social.

Riuscite a cogliere l’angoscia pervasiva e totalizzante di queste puntate?

Riuscite a cogliere il fil rouge che lega non solo i diversi episodi, ma anche tutti noi? Che ci lega a questo futuro?

L’evoluzione tecnologica che ha condizionato il nostro modo di lavorare, di comunicare e di stare nel mondo ha condizionato anche il nostro modo di stare con noi stessi.

Ha prodotto un aumento (o semplicemente ha tolto il coperchio a un pentolone che già bolliva da tempo) di patologie, anche importanti e invalidanti.

Penso all’aumento di casi di ludopatia, che sono sempre esistiti, certo, ma che la maggior fruibilità di siti di scommesse ha incrementato in modo esponenziale.

Penso, inevitabilmente, al cyberbullismo. Che rende una bulla anche Barbie my little pony perché lo fa dietro uno schermo che la fa sentire protetta e  quindi si sente deresponsabilizzata.

Ma penso, banalmente a tutto quello che facciamo quotidianamente con uno smartphone connesso a internet.

Io scrivo questo pezzo, guardo Black Mirror (e subito dopo “Barbie magia delle feste” perché devo riprendermi). Mando questo pezzo. Lo ricondivido con voi. Che lo ricondividete. Che lo leggete. Lo commentate. Mettete il like. E io, sempre dietro allo schermo del mio iPhone, aspetto che lo facciate. E se non avviene mi chiedo “non sarà piaciuto?” “lo avranno compreso?” “li avrò annoiati?”.

Perché ormai siamo questo. Delle domande dietro uno schermo che attendono come risposta un pollice alzato. Come i gladiatori nell’arena. Siamo diventati servi di un mondo digitale che conserva la parte analogica dell’attesa.

E Black Mirror ci mostra questo. È uno specchio nero dove si riflette l’anima nera di un’umanità che si riscopre nomofobica.

Scopre cioè una nuova patologia, una nuova fobia. La paura di rimanere senza cellulare. Di non essere più connessi con gli altri. Che poi, secondo me, è semplicemente la consapevolezza che se non siamo più in 4G dobbiamo connetterci con noi stessi. La paura di ascoltare i nostri sentimenti più profondi. La paura di ascoltare la paura che proviamo.

Ebbene, ragazzi, vi svelo un segreto. Ritrovarci da soli con noi stessi non è così brutto. Winnicott, psicoanalista ben più famoso di me, ci insegna che la solitudine “uno dei segni più importanti di maturità nello sviluppo emotivo”. Sconnettersi dal 4G potrebbe , forse, aiutarci a relazionarci meglio con il mondo.

Non è poi così contro intuitivo: se sappiamo star bene da soli, se sappiamo reggere bene i nostri silenzi, saremo in grado di reggere anche quelli con gli altri. E sapremo dare maggior importanza a quel silenzio quando verrà riempito. Perché saremo consapevoli che sarà riempito solo con quello che merita.

I gladiatori nell’arena aspettavano in verdetto, pollice su o pollice giù. Ma sono quasi certa che in quell’attesa non sentivano la folla vociare, si sconnettevano da quel rumore. Sentivano solo il cuore accelerato dalla paura.

Il pollice su di facebook non decide della nostra vita o morte. Non attribuiamogli un potere che non ha.