Adesso parla. Finalmente. Dopo anni di coma lessicale, Nostra Signora Appendino, arruolatasi giovanissima in SPE, acronimo di Silenzio Permanente Effettivo, ha ritrovato la parola. Attorno al suo letto di dolore si erano avvicendati tutti coloro che a vario titolo avevano in animo il bene supremo di Torino (e anche un po’ del proprio, naturalmente) per superare la fase critica che si era manifestata in forma acuta all’indomani della sua elezione a palazzo Civico. Inizialmente i suoi silenzi, secondo i suoi esegeti, rispondevano al bisogno di riflettere. O meglio: il suo cerchio ombroso (la diade Paolo Giordana&Luca Pasquaretta) produceva veline agiografiche che accreditavano Nostra Signora Appendino chiusa in un silenzio ascetico per meglio costruire il domani della città, per assicurare ai torinesi un futuro radioso, dopo aver ereditato “un’amministrazione retrocessa in serie B” (pontificazione del sottosegretario all’Economia Laura Castelli, il Fatto Quotidiano di oggi). Quell’amministrazione in continuità da Valentino Castellani, Sergio Chiamparino e Piero Fassino, che pur all’interno di sistema spocchioso e urticante nel suo elitarismo e raccomandatismo da salotti, detto per inciso, vantava il tentativo ben riuscito di dare un volto dinamico alla città, orfana della grande industria.

Poi, i silenzi sono diventati impenetrabili, soprattutto in Sala Rossa, dove Nostra Signora Appendino riemergeva all’ora di chiusura del consiglio comunale, con quell’aria distratta e annoiata di chi è costretto a fare i conti della giornata e ad abbassare la saracinesca. Infine, negli ultimi tempi, l’icona del silenzio era diventata imbarazzante, con quel fumetto che gli si disegnava all’angolo della labbra, in cui era tutto “niet”, dalla discussione sulla Ztl al biglietto obliterato dal Coni per salire sul treno della candidatura olimpica ed altro ancora.

Ma dall’adunata di sabato in piazza Castello, primo sabato dell’era delle madamin (di cui lei sente il fiato sul collo della competizione in rosa, tutta al femminile), Nostra Signora Appendino è uscita dal suo coma profondo con cui aveva interrotto i contatti col mondo esterno. Effetto del cambio di apparecchio acustico, affermano i maligni. Fatto sta che ora sente e soprattutto parla, anche se – priva dei suoi antichi traduttori (Paolo Giordana e Luca Pasquaretta) – non si capisce ancora bene che cosa dica o che cosa si sforzi di dire a quella “borghesia ritrovata” alla quale fa il verso il comico del Movimento sociale Cinquestelle, sempre sulle pagine del Fatto Quotidiano.  Quella classe sociale rediviva, scrive il comico nei suoi prolegomeni a Carletto Marx, che “ci aiuterà soprattutto in una cosa: trasformare aspri conflitti sociali in questioni da salotto e questioni da salotto in tragedie…”. Ma il comico con la stella che vuole dire qualità si è dimenticato di ricordare a tutti noi che con lui a braccetto di Nostra Signora Appendino le probabilità che la tragedia si trasformi in farsa sono notevoli, per dirla ancora in libertà con le parole del maestro di Marx, Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Buona commedia.