La tentazione era irresistibile, così anche se in piazza ce ne saranno stati la metà, alla fine la voglia dei giornali di chiamarli “Quarantamila” è stata più forte.

Più un’icona che un numero: i Sì Tav oggi hanno riempito mezza piazza Castello e una parte di via Roma. Ma va detto senza ipocrisie: la manifestazione è stata un successo.

Da una parte grazie al contributo, pur senza bandiere, di Pd, Radicali, Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, e sindacati – e ne tengano traccia di quest’ultimo apporto le associazioni imprenditoriali che da sole non avrebbero riempito un cinema -, ma per buona parte grazie all’adesione di gente comune, commercianti, insegnanti, impiegati, operai e professionisti, pensionati, che hanno battuto quella radicata ritrosia per metà derivante dal loro carattere e per metà dal loro ruolo.

A ritrovarsi tra Palazzo Madama e Palazzo della Regione è stato quello che una volta si definiva ceto medio, quasi a sottolinearne la stabilità e che oggi sembra ridotto piuttosto a ceto di mezzo, precario anch’esso, e colpito duramente dalla crisi prolungata. Purtroppo pochissimi i giovani. Ma una manifestazione pacifica e affollata, rappresentativa della città, questo sì, lo è stata senza dubbio.

Mostrati i gagliardetti, e i cartelli, anche in francese, e fatta la conta, ora però si guarda soprattutto a cosa accadrà da domani. E le analogie con i “Quarantamila” di quasi quarant’anni fa finiscono qui. Se allora la marcia ebbe un risultato immediato, la riapertura dei cancelli Fiat, e un altro più prolungato, la sconfitta del potere di interdizione dei sindacati in azienda, oggi gli interlocutori e la posta in gioco sono diversi.

I “Quarantamila”, che poi non erano neanche allora quarantamila, erano anche e soprattutto un pezzo di Fiat che manifestava a fianco della Fiat, che paradossalmente nel disegno di fabbrica sempre più piatta che aveva già in testa  avrebbe previsto negli anni anche il loro sacrificio.

Oggi i cittadini in piazza sono venuti per dire Sì, ma soprattutto per dire No all’amministrazione a Cinque Stelle. Per distinguersi da questa politica che in testa non ha granchè, a loro avviso . E se non avranno la forza di far cadere questa giunta, magari con il concorso esterno di qualche procedimento penale, sarebbe meglio non illudersi sul risultato pratico di questa iniziativa.

A meno che le ragioni del Sì non vengano accolte direttamente a Roma.

Ma è improbabile: a Roma oggi la Tav resta un treno “merce di scambio” buono nel gioco dell’alleanza di governo.  A Torino invece, per quanto prometta confronti e rispetto delle posizioni del Sì, la sindaca non ha la forza istituzionale di  mettere divieti, né quella politica di dare il nulla osta, avviandosi all’oblio. Può solo traccheggiare. Come ha sempre fatto. E semmai invitare le “madamin”, come sono state ironicamente definite le promotrici dell’iniziativa per la Torino-Lione a prendere un tè, magari su un Frecciarossa per Roma.