Per Sergio Chiamparino abbandonare il Partito Democratico nel momento del bisogno sarebbe equivalso al tradimento. Alla diserzione, come dice lui. «Non potevo abbandonarlo nel momento della difficoltà». Lo spiega durante il dibattito alla Festa de L’Unità.

Ma le ragioni che lo hanno portato alla (tanto) discussa ricandidatura bis per Chiamparino sono da ricercare in tre punti: «Prima di tutto credo di aver fatto un buon lavoro e per questo mi do una sufficienza piena, sette», sostiene.

«Non voglio lasciare che il buon lavoro che è stato fatto venga disperso – specifica – che qualcuno non sia in grado di usarlo come trampolino per andare avanti».

Come secondo motivo è il non volere vedere il Piemonte sacrificato in nome del governo di Roma. E viene portata ad esempio la Tav e la Torino-Lione usata come merce di scambio per la tenuta del governo: «Non possiamo diventare l’agnello sacrificale del governo – afferma Chiamparino – e sono convinto che la mia figura possa essere quella adatta per costruire un’alleanza che si apra ad altrimenti. Ma non c’è intenzione da parte mia di coalizzarmi con Forza Italia o i grillini, ma potrebbe accadere quello che avvenne con la giunta Castellani, quando ci fu una spaccatura all’interno della altre forze politiche».

Per il terzo motivo della ridiscesa in campo di Chiamparino c’è quanto sta accadendo nel nostro Paese. Il presidente della Regione sostiene che ci sono sintomi preoccupanti come «l’esaltazione alla nazione» e il bisogno di trovare il qualcuno. «Non accuso nessuno di fascismo, ma non avrei mai potuto mettermi da parte di fronte a queste difficoltà».

Perché Chiamparino, seppur mette il cappello sul posto da candidato, continua ad affermare che è disponibile a mettersi da parte se è quello che sarà il desiderio dalla coalizione.