Il Senato ha finalmente calendarizzato le audizioni per Reddito cittadinanza e Salario minimo. Il rischio però è che nell’agenda politica della maggioranza venga data precedenza al Reddito di Cittadinanza. I due provvedimenti invece dovrebbero essere per lo meno contemporanei, per non creare situazioni paradossali e aumentare disuguaglianza e contraddizioni lavorative e sociali.

Mettere in atto il Reddito senza approvare, prima o al tempo stesso, anche la legge sul salario minimo, vorrebbe dire creare a tavolino ingiustizie nel mercato del lavoro.

La formula del Reddito di Cittadinanza è semplice: un assegno mensile di 780 euro netti a chi non lavora oppure ha un reddito inferiore a tale cifra, che nel caso verrebbe implementata fino al raggiungimento della soglia.

I lavoratori con stipendi full time netti pari o inferiori ai 780 euro e i milioni di lavoratori messi forzatamente a part-time che a quella cifra non si avvicinano nemmeno, si vedrebbero invece baipassare da disoccupati che incasserebbero 780 euro al mese.

Il fatto che un lavoratore a fine mese, pur ricevendo eventuali integrazioni, possa ricevere lo stesso assegno di un disoccupato senza dubbio farà sorgere diverse problematiche e, di certo, non spingerebbe chi è senza a cercare un impiego. Perché doversi alzare presto la mattina e fare magari lavori anche faticosi e frustranti se uno può incassare la stessa somma stando a casa?

Il vero tema da affrontare è la dignità del lavoro. Se queste due strade non saranno percorse di pari passo, il rischio concreto è quello di un sostanziale assistenzialismo che sarebbe controproducente, oltre che per le casse dello stato, anche per la crescita e l’integrazione professionale dell’individuo.