Se non fossero in gioco salari e posti di lavoro si potrebbe anche ironizzare con cinismo verso questi sindacati metalmeccanici torinesi e nazionali la cui unica forma di conflittualità in Fca è la penna.

Loro, da Fim e Uilm a Fismic, scrivono a sprezzo del pericolo con la stessa pervicacia del grafomane che non s’arrende al vuoto delle sue parole.
Ieri su Marchionne, oggi su Gorlier, il nuovo responsabile dell’area europea Fca, i tre dell’Ave Maria sindacale riversano da anni, forse troppi per continuare ad essere credibili, l’invito a introdurre in produzione a Mirafiori un secondo modello di vettura.

Ed ogni volta la missiva è accompagnata da risolute dichiarazioni a mezzo stampa che non ammettono repliche. Infatti non si ricordano concrete risposte di Fca, quando si parla di stabilimenti torinesi, praticamente scomparsi dai radar occupazionali.

Eppure, è universalmente noto che il secondo modello riporterebbe i dipendenti tutti in fabbrica e restituirebbe a Torino un pezzo della sua storia industriale. Ma Fca e i suoi potenti azionisti sembrano disinteressarsi all’eventualità. In fondo loro il secondo modello lo hanno soltanto promesso, ma non hanno detto quando manterranno la promessa.

Un po’ come Bertoldo che per salvarsi dall’impiccagione chiede di poter scegliersi  l’albero da cui penzolare. Nel frattempo, però, i lavoratori Fca di Mirafiori si riducono e non vorremmo mai che l’agognato modello arrivasse proprio il giorno in cui l’ultimo andrà in pensione.

Ai sindacati rimarrà comunque la soddisfazione di aver sempre scritto e lottato con la penna che, come recita un vecchio adagio, ne uccide più della spada. Sempre che il pennino non sia spuntato, però.