Questa è la sorte della donna nella chiesa cattolica. Sublimata nella fede dalla figura della Madre di Dio in terra, è altamente esaltata, ma come madre e sposa, compito primario o vocazione cui la natura l’ha destinata, imprigionandola per secoli nelle faccende domestiche e donnesche. come s’usava dire. Sebbene oggi Francesco abbia assimilato la chiesa alla donna dichiarandola superiore agli stessi vescovi, nei documenti ecclesiastici e nella predicazione ordinaria il suo destino permane sostanzialmente quello di sempre.

Chi ha qualche familiarità con gli scritti di Paolo di Tarso sarà rimasto sorpreso nel leggere il suo richiamo ai fedeli di Corinto affinché “come in tutte le chiese dei santi, le donne tacciano nelle assemblee e non si permetta loro di parlare, ma siano sottomesse, come dice anche la legge”. Una lettera tra le cui motivazioni non è improbabile che ci fosse anche l’urgenza di un chiarimento di idee per riportare serenità ed ordine in quella comunità. La sua componente femminile forse aveva avuto notizia di quanto scritto dallo stesso Paolo ai cristiani della Galazia: “Voi siete tutti figli di Dio attraverso la fede in Cristo. Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna poiché voi tutti siete uno in Cristo”. Una dichiarazione dalle corinziane accolta forse con troppo giubilo ritenendo che la parificazione tra uomo e donna operata dal battesimo valesse anche nei rapporti intracomunitari. Una gioia frettolosa cui dovette corrispondere altrettanta delusione scorrendo la lettera nella quale l’apostolo dichiarava che quanto operato dal battesimo non era trasferibile nell’ambito della vita comunitaria, nella quale le dovute gerarchie devono essere rispettate: ”Io voglio che sappiate che capo d’ogni uomo è Cristo e capo della donna è l’uomo e capo di Cristo è Dio”

Se l’atto battesimale crea una realtà di fede assolutamente nuova nella quale è ignota ogni differenza e gerarchizzazione, nondimeno l’istituzione religiosa che la professa non può essere a sua immagine. Pur se mitigate dalla carità fraterna, le differenze e le gerarchie permangono tutt’oggi dopo aver attraversato indenni duemila anni di storia. In tale percorso, donne sugli altari ne sono state collocate in quantità, alcune anche dichiarate dottore della chiesa per il loro apporto mistico e dottrinale, come Ildegarda di Bingen, Caterina da Siena, Teresa d’Avila. Il cardinale Walter Kasper, teologo assai vicino a Francesco, ha di recente dichiarato: “Santa Caterina da Siena non era né diacono né prete, però ha operato assai più di tutti i cardinali del tempo messi assieme… Di simili coraggiose donne ripiene di Spirito Santo ce n’è bisogno anche oggi”. Purché nel loro cantuccio!

Da tempo, però, quella clausura è sotto attacco. Piaccia o no a chi se ne fa acerrimo custode, ventate di femminismo profano hanno varcato i sacri confini modulandosi come Spirito, fino ad inscenare, in Germania, uno sciopero d’una settimana sia del lavoro negli uffici ecclesiastici sia della presenza alle funzioni religiose. Un’operazione che tra breve sarà ripetuta nonostante i giudizi poco benevoli della maggioranza dei vescovi, mentre a settembre partirà un’iniziativa dell’Associazione Donne Cattoliche Tedesche -450.000 iscritte- al motto “Rafforzatevi per una chiesa dei diritti di genere”. Ormai l’avanguardia femminile rivendica il diritto non solo a posti nelle linee di comando, -in certa misura già concessi forse sperando di tacitarla- ma di penetrare nel Sancta Sanctorum: i ministeri cosiddetti “ordinati”, da secoli esclusiva del maschio, il “capo”.

Un’esclusiva secolare, ma all’inizio non fu così. Il sacerdozio e l’eucaristia come oggi si configurano, si svilupparono lentamente nell’istituzione ecclesiastica, come risultato della trasformazione dell’originario “servizio” dei preposti alla comunità in dominio sacralizzato e delle mense comunitarie in rito sacro. Mense che ben presto i “Dodici”, per non sottrarre tempo all’annuncio della buona novella, avevano affidato ai “diaconi”, affiancati dalle “diaconesse” per l’assistenza, in casi peculiari, alle donne. Dunque, la rivendicazione del diritto ai ministeri organizzati messa in atto dalla donne oggi, ha un fondamento storico: nelle comunità dei primi secoli il diaconato femminile era presente e quasi certamente “ordinato”, cioè coll’imposizione delle mani, paritariamente a quello maschile. Di esso, infatti, parlano i concili ecumenici di Nicea (325) e Calcedonia (451), quest’ultimo per stabilire che “una donna non riceverà l’imposizione delle mani come diaconessa se è al di sotto dei 40 anni di età”. Controprova dell’esistenza di tale servizio sono i concili locali di Orange (441), Epaon (517)e di Orléans (533) che ne decretarono la fine.

Oggi, però, le donne guardano ormai oltre il diaconato, primo gradino della gerarchia costituita dal sacramento dell’ordine. Mirano al secondo: il sacerdozio e di lì, di conseguenza, al terzo: l’episcopato. Una meta contrastata in modo fermo dai maschi “ordinati”, al punto che papa Wojtyla non dubitò di condannare perfino il solo parlarne, affermando che la chiesa non ha il potere di esaudire questa aspirazione delle donne che si sentono “vocate”, sostenute, poche o tante che siano, da quante avvertono e vivono i problemi che scuotono la chiesa del terzo millennio, tra cui, non ultimi, i diritti di genere (1. continua.)

Scritto da Vittorino Merinas