All’interno del Patto della Fabbrica, firmato nel 2018, ci sarebbe già qualcosa di simile al salario minimo orario. A spiegarlo è il direttore area lavoro, welfare e capitale umano di Confindustria Pierangelo Albini, in audizione al Senato, in commissione Lavoro, sulle proposte, una del Partito Democratico e l’altra del Movimento Cinque Stelle, per l’introduzione del salario minimo orario legale.

«Il Patto della Fabbrica propone un modello di contrattazione che individui nei contratti collettivi un trattamento economico minimo (tem), considerandolo equivalente al salario minimo inderogabile, da tenere distinto dal trattamento economico complessivo (tec), dove verrebbero ricomprese tutte le altre voci retributive o aventi natura di corrispettivo».

«La finalità principale che viene perseguita dai disegni di legge in esame ben potrebbe essere assolta con l’osservanza, da parte delle imprese, del trattamento minimo economico, come stabilito nel Patto della Fabbrica – sottolinea Albini – l’attuazione di questo Patto è strettamente legata alla misura della rappresentanza sia datoriale che sindacale, che comporta, però, una collaborazione attiva da parte del ministero del Lavoro che tuttora non si è realizzata».

Per l’esponente di Confindustria, «se questa disegno riformatore fosse pienamente attuato, il legislatore ben potrebbe limitarsi a stabilire un livello di salario minimo orario da rispettare solo nei settori non regolati da contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative».

Secondo Pierangelo Albini «L’introduzione di un salario minimo legale potrebbe, a ben determinate condizioni, contribuire a ridurre l’area delle situazioni anomale e in assenza delle condizioni necessarie è elevato il rischio che si determini il fenomeno della “fuga” dal contratto collettivo».

«Un fenomeno che – aggiunge – si sta registrando, già da tempo, in vari Paesi europei che hanno adottato il sistema del salario minimo legale. La regolazione dei minimi salariali costituisce un meccanismo fondamentale nel funzionamento del mercato del lavoro»

«Questa funzione è storicamente svolta, in Italia, dai contratti collettivi nazionali di categoria». Bisogna quindi «garantire il rispetto delle regole e della giusta retribuzione del lavoro, a prescindere dalla sua fonte di regolazione (se legale o contrattuale). Inoltre bisogna definire correttamente il rapporto tra il salario minimo legale e il sistema della contrattazione collettiva esistente. Ed è opportuno sottolineare che ‘il perimetro delle garanzie e delle tutele offerte al lavoratore dal sistema dei ccnl è ben più esteso del mero trattamento economico», conclude Albini.