Sarò antidemocratico, populista, insensibile e pressappochista, ma questa storia della riduzione del numero dei parlamentari non mi turba. Anzi, a dire la verità, mi fa anche un po’ piacere.

D’accordo, la nuova maggioranza di governo avrebbe potuto affrontare prima problemi ben più gravi, come il debito pubblico, la mancanza di lavoro, le pensioni e il fisco. Ma non l’ha fatto, e forse è stato un bene, visto che i governi precedenti, quando ci hanno provato, hanno combinato soltanto guai tipo il Jobs Act e la buona scuola.  Più indietro nel tempo, vi dice niente il nome della Fornero? E, ancora più indietro, vi ricordate le spese allegre del pentapartito e i prelievi forzosi del “dottor sottile” Giuliano Amato?

A leggere alcuni commenti, parrebbe che con questa riforma Camera e Senato vengano svuotati di ogni rappresentanza. A me francamente non sembra. Passare da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori significa semplicemente che un deputato rappresenterà circa 150 mila cittadini anziché 100 mila, mentre un senatore ne rappresenterà circa 300 mila anziché 190 mila.

Qualcuno sostiene che così aumenteranno i costi delle campagne elettorali e la politica diventerà sempre di più un affare per i fedelissimi delle segreterie di partito, per i ricchi e per chi ne ha fatto un mestiere. Ma dimentica che da molti anni ormai accade proprio così, e non soltanto per le elezioni politiche.

Ci sono  aspiranti consiglieri comunali che hanno speso decine di migliaia di euro per essere eletti. E ricorderò sempre il sorriso di una vecchia volpe della politica torinese davanti al mio stupore per l’accanimento con cui alcuni giovani di mia conoscenza si battevano per entrare in un consiglio circoscrizionale. «Addirittura – gli dissi – fanno debiti per ottenere un seggio che non è retribuito».   «Dimentichi i gettoni di presenza – fu la lapidaria risposta –  basta gestire con oculatezza la partecipazione alle riunioni, e ne esce uno stipendio».

Questo purtroppo è lo spirito che anima alcuni dei parlamentari che ho incontrato, mediocri personaggi di scarse letture,  perennemente impegnati a spostarsi da un convegno all’altro, a dichiarare e a rispondere a dichiarazioni altrui, a promettere per poi dimenticare, con l’unico interesse reale della conservazione del posto. Ma ne ho anche incontrati altri di grande valore, pieni di idee, instancabili lavoratori interessati unicamente al bene comune. La riduzione del numero dei parlamentari, ovviamente, non è una panacea e non garantisce che scompaiano i peggiori. Non sono però d’accordo con chi sostiene che potrebbe addirittura favorirli. E c’è un aspetto che vale la pena di sottolineare: così com’è la riforma è monca, e questo obbligherà il parlamento ad affrontare problemi sul tappeto da tempo immemorabile, e sempre rinviati.

Intanto andranno ridisegnati i collegi. Poi occorrerà modificare in senso compiutamente proporzionale la legge elettorale attualmente in vigore e intervenire anche nella controversa parte della elezione del senato su base regionale. Sempre per quanto riguarda il senato, occorrerà estendere il diritto di voto ai diciottenni. E infine andrà modificata la costituzione nella parte che riguarda la platea per l’elezione del presidente della repubblica, compresi i delegati regionali.

Anche soltanto per avere reso urgenti queste riforme la riduzione del numero dei parlamentari andrebbe giudicata con una certa indulgenza, soprattutto a sinistra.  E invece siamo sommersi dalle dichiarazioni affrante degli amanti dello status quo, che almeno potrebbero fare a meno di evocare il referendum confermativo previsto per le leggi che modificano la costituzione. Non fosse altro perché se mai lo si facesse la sconfitta sarebbe sicura. C’è davvero qualcuno così stupido da pensare che una maggioranza di italiani voterebbe contro la riforma?