C’è spazio in Italia per un partito personale? Matteo Renzi, sempre più vicino a lasciare il Nazareno, in compagnia di Maria Elena Boschi, più quotata nel movimentare le copertine delle riviste che le urne, ci crede.

Per questo i giornali si stanno esercitando nel conto alla rovescia del suo addio al partito di cui è stato uno dei leader più popolari.

Arriverà il senatore di Scandicci al congresso? Forse no. Ma settimana più o settimana meno, il grande passo è dato per scontato, magari in vista delle elezioni europee. Ma quanto accadrà dopo è una vera incognita. I partiti personali vanno forte, e Renzi potrebbe essere un nuovo protagonista. Macron è venuto fuori dal nulla e si è preso l’Eliseo. Senza contare tutti i movimenti e partiti, dentro e fuori dai confini italiani, ormai disegnati sulla fisionomia del loro leader.

Renzi è persino più bravo di gran parte di loro. E quindi il Matteo toscano potrebbe avere la strada spianata. Ma non è detto. Renzi è ambizioso (pure troppo), ha carisma e capacità di parlare alla gente.È un riformista convinto. Ma sa tenersi buono anche il ventre moderato del paese. I difetti invece li conosciamo tutti, e senza quelli sarebbe ancora il leader del Pd.

La freddezza con cui molti degli ex fedelissimi del leader fiorentino, che può contare su una novantina di parlamentari, stanno accogliendo i suoi passi, è un segnale molto interessante di quanto davvero questa partita sia intricata. Il divorzio di Renzi dal Pd, che tra l’altro dovrebbe segnare con Zingaretti alla guida il ritorno di Bersani, penalizzerà il partito, questo è certo.

Quanto, è da vedere. Mentre nella società civile, se i sondaggi dicono la verità, non è che ci sia tutto questo fermento: M5s e Lega mantengono saldamente la maggioranza degli elettori. Non si riesce a vedere invece nel movimento delle madamine un qualcosa di più di quello che è stato, una sana manifestazione di protesta ben supportata dalla stampa.

Se qualcuno pensa di farne la nervatura di qualche iniziativa politica, rimarrà deluso. In questa cornice il menù di Renzi rischia soltanto di affollare l’offerta, aumentando le frammentazioni e se tutto va bene creando qualche ostacolo alla maggioranza di turno.

C’è poi una contraddizione che resta salda sotto traccia: Renzi si contrappone al vento del populismo con le stesse tecniche, social o meno, di questi movimenti. Come se il riformismo non avesse più un suo specifico linguaggio, anche nella vita di partito, o in quella istituzionale. Un’identità di suoni che rischia di generare nell’elettore una competizione solo tra volti e decibel.

Non è una grande premessa per chi guarda al futuro. E poi, – ma questo Renzi lo sa bene – in un partito personale, c’è un’altra cosa che conta quanto l’asso di briscola: la capacità di muovere risorse, proprie e altrui, per convincere oltre che le teste, anche ciò che sta vicino al cuore, cioè il portafogli dei suoi collaboratori, così come ha fatto Berlusconi con la sua discesa in campo, nel gennaio del ’94, mettendo tutti a tacere. Senza controllare la borsa, il partito si sfalda, anche quello con le migliori intenzioni.

Di Pietro, che di suo non aveva una lira in tasca, e la sua Italia dei Valori, vi ricordano qualcosa? La Rete? L’Asinello? Tutti partiti da, si fa per dire, “ho vissuto una sola estate”.

E questo è, se vogliamo, l’elemento più caratteristico dei partiti personali: o hanno subito successo, o non reggono alla distanza. Renzi avrà un colpo solo in canna. E se manca il bersaglio non gli verrà data un’altra possibilità.

Potrebbe diventare un Alfano di lusso, l’ex alleato di governo che lui stesso aveva sbertucciato perché non arrivava al 5%.