Oggi più che mai, con le indiscrezioni che si sommano alle certezze sul “caso Pasquaretta”, intristisce scoprire la vulnerabilità delle donne in politica, almeno quelle del Movimento sociale Cinque stelle, dopo decenni di battaglie per l’emancipazione di genere.
Triste parabola constatare che la sindaca Appendino sia stata la prima ad usare per il suo portavoce Pasquaretta il vezzeggiativo di “pitbull”. Come a dire, aderendo ad una vulgata ingenerosa (per il cane, sia chiaro), un “uomo aggressivo”. Quasi a strizzare gli occhi, dunque, ad una qualità necessaria a chi governa.
Così ciò che a parole le donne dicono di detestare, nella sostanza dalla sindaca di Torino è stato accettato e ricercato. Motivo per cui è bene che la politica s’arrenda e alzi bandiera bianca dinanzi ai silenzi della grillina Chiara Appendino.
Del resto i consiglieri grillini lo hanno già fatto consegnando e diffondendo l’immagine di un “pitbull” minaccioso, abituato a usare toni forti soprattutto con i più deboli e loro ad accettare le minacce con naturalezza, probabilmente ignari dell’esistenza, ancora, in Italia del Codice penale. Diretta conseguenza, si è portati a credere, della comprensione reale, effettiva, del verbo minacciare.
Ai “pitbull”, cani intelligenti e versatili nell’aiutare gli esseri umani, è sufficiente anche un solo sguardo per passare all’attacco e per difendere chi lo comanda.

Forse, dopo quanto sta accadendo, non era previsto che a farne sfoggio fosse una donna.