Il Piemonte ha i numeri: a cinquant’anni dalla sua istituzione, la Regione festeggia il compleanno eccellente presentando un calendario di eventi che non solo sottolineano la capacità dei suoi governi di  farne riferimento per produzione, cultura, innovazione, impegno sociale. Al centro del logo numerico “50”, ci sono infatti i 1181 comuni piemontesi, con le loro storie, i loro abitanti, le loro difficoltà e le loro conquiste.

 «Cinquant’anni di presenza fianco dei cittadini, per il governo e la gestione del territorio. La serie di iniziative in programma ripercorrerà tradizioni, eventi, protagonisti e avvenimenti di cronaca che hanno contraddistinto la storia del nostro Piemonte»  sottolinea il presidente del Consiglio regionale Stefano Allasia  «Sarà anche l’occasione per illustrare al meglio tutti i servizi e le azioni che l’ente Regione mette quotidianamente in campo a favore dei suoi abitanti, in numerosi ambiti del vivere civile. La nostra è una storia rappresentata non solo dall’evoluzione di un’istituzione, ma è un processo a cui partecipano, giorno per giorno, tutti i cittadini di tutti i comuni piemontesi, dal piccolo al più importante. Tutti insieme diventano un unico simbolo».

Il design stilizzato che guida in capo al logo il lambello azzurro, in campo rosso e bianco, è riconducibile ai tratti distintivi dello stemma regionale. Anche l’arancio del gonfalone viene richiamato nelle cromie grafiche, e il blu istituzionale è presente nel nome Regione, accompagnato dal un motto incisivo: “Valori Comuni”, 1.181 di valore e valori che si accomunano in un’unica identità regionale. Sarà un anno di eventi, con l’obiettivo di ripercorrere le tradizioni e gli avvenimenti che hanno fatto la storia e la cultura del Piemonte. Il cinquanta sarà il numero chiave di tutto l’anno: saranno infatti coinvolti da protagonisti tutti coloro e tutte le realtà che festeggeranno 50 anni in questo 2020. Anche le coppie che festeggeranno 50 anni di matrimonio avranno uno spazio speciale  il 14 febbraio con il gran ballo d’inverno. Il 23 marzo sarà celebrato il quindicesimo anniversario dello Statuto regionale, il 13 luglio il cinquantesimo della prima seduta del Consiglio regionale.

La sala del consiglio regionale dove viene presentato il calendario di iniziative è gremito: interpreti della politica di ieri e di oggi: Sergio Chiamparino, Evelina Christillin, Giovanni Quaglia ma anche Ugo Cavallera, Gilberto Pichetto Fratin, la deputata di Forza Italia Maria Rizzotti.

Il presidente della Regione Alberto Cirio posa per le fotografi coi presidente di ieri e di oggi, scherza lungamente con Enzo Ghigo, a capo della Regione per due legislature ed oggi presidente del Museo del Cinema. L’atmosfera è di festa, trasversale.

«Questa è la sala dei cittadini piemontesi, qui li rappresentiamo» dice il presidente Cirio  «Abbiamo il dovere di difendere valore e identità, e anche di festeggiare. Abbiamo lavorato insieme a un programma celebrativo molto ambizioso e sarà importante trasmetterlo a tutti i  cittadini, soprattutto a quelli più giovani». Sottolinea la necessità di trasmettere la storia recente, laddove «La scuola spesso non è pronta, dobbiamo cogliere l’opportunità per raccontare questi cinquant’anni ai nostri ragazzi. Non siamo una regione qualsiasi, noi siamo il Piemonte, l’Italia è stata fatta qui. Qui ha avuto la sua prima capitale, l’Italia, e ci deve molto».

Una Regione che in cinquantanni è cambiata molto, nella sua connotazione fisica quanto politica e di gestione amministrativa: «Molti dei problemi di allora sono stati risolti, superati: oggi ce ne sono altri, che confidiamo di risolvere. Meglio oggi o allora? Non è possibile rispondere. Come una persona, anche la Regione è viva e il raggiunto traguardo di oggi lo dimostra». Cirio in conclusione ricorda poi la grande possibilità «Dell’Autonomia data dalla Costituzione alle Regioni: proprio quello dell’autonomia è un tema che questa regione vuole vivere ma nell’attuazione rispettosa che da la costituzione. Credo che sia un’opportunità che può contribuire a risolvere qualche acciacco che dopo cinquant’anni l’istituzione può avere».