Mancano due mesi alle tornata elettorale del 26 maggio quando gli elettori del Piemonte saranno chiamati a rieleggere presidente e consiglio della Regione Piemonte oltre che a votare per il Parlamento Europeo.

Abbiamo incontrato il già senatore Stefano Esposito del Partito Democratico, attento osservatore delle vicende politiche, per fare un’analisi sui possibili scenari del voto.

Le elezioni regionali rappresentano di sicuro un importante appuntamento del Pd dopo le sconfitte nelle amministrative di Torino nel 2016 e alla elezioni nazionali del 4 marzo 2018. Come la vede la corsa alla Regione?

Di sicuro sono una sfida in salita, ma non credo che sia da considerarsi già persa. Anzi su Torino città il quadro è positivo e come coalizione credo possiamo anche arrivare primi. E anche in provincia con il fatto che in contemporanea si voterà anche per Comuni importanti come Rivoli e Collegno potrebbe essere un ulteriore traino per portare a casa voti.

Ma il Piemonte non è fatto solo del torinese e già in passato soprattutto le province dell’est (Vercelli e Novara) hanno dimostrato di essere molto legate ai vostri avversari…

Certo, sul Piemonte 2 bisogna ammettere che abbiamo qualche problema in più. Siamo abbastanza tranquilli su Cuneo, meno su Alessandria e Novara. Di sicuro Sergio Chiamparino è il miglior candidato che possiamo avere, ma per sostenerlo bisogna puntare su liste con candidati forti.

Dunque la composizione delle liste può essere la vera ricetta per il successo alle regionali?

Si, sono convinto che servono liste fortissime per portare a casa quanti più voti possibili. In queste settimane si è discusso di possibili deroghe al numero massimo di candidature e si sono fatti varie ipotesi sulla composizione delle liste. Io sono fuori per mia scelta da tutti gli organismi del partito, ma una cosa la dico chiara: non siamo nelle condizioni di avere già vinto per questo bisogna pensare a liste fortissime. Non servono sei nomi che competono tra di loro e alte candidature cuscinetto che raffazzonano poche centinaia di preferenze. Servono venti nomi da 1500 voti ciascuno. L’obbiettivo è vincere non solo eleggere dei consiglieri.

Insomma, quei sondaggi che a livello nazionale parlano di una Lega in fuga e di un Pd a pari passo con il Movimento 5 stelle preoccupano?

Sono da tenere d’occhio soprattutto per quanto riguarda le elezioni Europee, dove le dinamiche sono molto diverse da quelle regionali. Di sicuro i sondaggi ci danno in crescita rispetto alle politiche del 4 marzo e anche con una percentuale in più dei Cinque Stelle. Ma bisogna chiarire se l’obiettivo è vincere o solo prendere qualche punto in più dei grillini.

Lei come la vede?

Per me quando si gioca si gioca per vincere e si devono mettere in campo tutte le forze che servono per portare a casa il risultato. Poi non so se il partito ha già deciso di accontentarsi di superare solo i Cinque stelle. Il vento della Lega è forte e spetta a noi creare una somma di forze europeiste che provi a tenere testa ai sovranisti e al Carroccio.

Però l’alta affluenza alle primarie fa ben sperare…

Non mischierei le due cose. Certo è un fatto positivo che ci siano stati così tanti votanti alle primarie e che Zingaretti sia stato eletto con oltre un milione di preferenze. Ma da qui si deve partire per costruire un fronte veramente europeista.

Qualche previsione?

Penso che il Pd possa anche arrivare tra il 23 e il 25 per cento alle Europee. Il problema è ciò che ci sta attorno. Con chi facciamo alleanze? Temo che Leu, Sinistra Italiana e altre componenti di sinistra perdano ancora terreno. E invece a noi serve un fronte complessivo forte che arrivi al 32-33 per cento in totale.

Quindi anche qui liste molto forti?

Assolutamente si. Bisogna mettere in lista tutti quelli che possono dare un contributi vero. Non siamo in fase in cui si vince a mani basse. Ad esempio un nome importante è Calenda che non dovrebbe essere candidato solo per il nord est ma anche per il nord ovest. Ma poi ripeto io sono dell’idea che si corra per vincere.