Non ho mai avuto particolare fiducia nei giudizi delle cosiddette “agenzie di rating”. O per lo meno non le ho mai prese come “oro colato”. Quando ci fu la crisi dei mutui sub-prime negli Stati Uniti una decina di anni fa e la mitica Lehman-Brothers fallì con tutte le conseguenze a catena sull’economia mondiale che ben sappiamo e che stiamo ancora subendo oggi, venne fuori che le cosiddette “agenzie di rating” avevano evitato accuratamente di avvisare per tempo gli investitori della tempesta imminente e della totale inaffidabilità dei prodotti finanziari messi sul mercato dalla banche d’affari pieni zeppi di mutui allegramente concessi agli americani per comprarsi casa che non venivano rimborsati dagli stessi. Tali prodotti venivano giudicati da queste agenzie “affidabili” ossia avevano un rating buono, un punteggio alto per dirla semplice. In quel modo la gente li comprava e non li vendeva. E sappiamo come è finita.

Sul tema hanno scritto libri e prodotto film. Un po’ noiosi, ma comunque utili.

Del resto si chiamano “agenzie” ma sono a tutti gli effetti delle società private che forniscono un servizio di consulenza finanziaria a chi le paga per farlo. Sono società private che vivono e fanno utili prendendo incarichi remunerati per verificare la struttura di robustezza di un dato comparto/società/settore al fine di fornire informazioni a chi in quel comparto/società/settore vuole investire. Devo comprare una società mineraria in Sudafrica e voglio sapere come è messa? Bene, incarico una agenzia di rating per darmi le informazioni. La pago, leggo cosa mi dice e poi decido se e come investire.

Perché il rapporto che mi viene consegnato dall’agenzia sia affidabile e oggettivo occorre che oltre la capacità di chi lo redige, che di norma è fuori discussione, la cosiddetta agenzia sia corretta. Come intuibile, questa correttezza è di norma “facilitata” dal non avere un interesse economico diretto derivante da cosa scrive nel rapporto. Cioè occorre che chi incarica di redigere il rapporto sia onesto ed eviti di condizionarlo. E che chi lo redige sia onesto e non si faccia condizionare. Se io sono una banca e ho problemi perché quelli a cui ho prestato soldi non mi pagano (esempio non mi pagano le rate del mutuo) e ho bisogno di nuovi soldi li devo chiedere a qualcuno sul mercato. Se emetto una obbligazione che provo a vendere ai miei correntisti promettendo loro alti tassi di interesse e per attirarli chiedo ad una agenzia di rating di darmi un giudizio di affidabilità buono promettendo un lauto compenso alla medesima agenzia e questa, con poca onestà, sorvola sulle criticità e mi accontenta, si genera la frode e chi alla fine paga è l’inconsapevole investitore. Se poi si scopre che magari tra i proprietari delle agenzie ci sono proprio le medesime banche che commissionano questi lavori di consulenza voilà, il gioco è fatto. Pare sia quello che è successo insieme a molte altre cose a Wall Street una decina di anni fa.

Questa noiosa premessa su cui mi sono volutamente dilungato è probabile che sarà una delle basi delle teorie della “cospirazione internazionale” a danno dell’Italia che tra poco il Movimento Cinque Stelle e la Lega proveranno a usare per giustificare l’inizio della tempesta speculativa finanziaria in arrivo sull’Italia tra pochi giorni o settimane in conseguenza delle boiate scritte nel loro “contratto di governo” totalmente incompatibili con la reale situazione dei nostri conti pubblici e su cui, purtroppo per noi, hanno vinto le elezioni. Reddito di cittadinanza grillino e flat tax leghista su tutte.

Del resto l’abbiamo imparato a nostre spese: fare le riforme che servono al Paese e provare a ridurre il debito pubblico i voti e le elezioni le fa perdere, promettere soldi pubblici che arrivano dal nulla nelle tasche i voti li fa prendere e le elezioni le fa vincere. Prepariamoci pure alla sarabanda mediatica sui social.

Tutto ciò premesso e detto che il sistema dei “rating” privati non convince davvero nessuno e che va preso sempre con le pinze, va anche detto con franchezza che al momento, piaccia o meno, queste sono le regole vigenti del mercato e che finché non cade un asteroide sulla Terra o l’acqua inizierà a scorrere in salita sovvertendo la gravità ho la sensazione che lo saranno ancora per un po’.

Ieri una famosa agenzia di rating internazionale ha pubblicato il suo giudizio sul sistema economico-finanziario italiano di cui oggi danno ampiamente notizia i giornali e che mi sono preso la briga di leggere. Giudizio dato periodicamente sull’Italia e su altri Paesi per fornire informazioni utili agli investitori internazionali.

In tale rapporto emergono con chiarezza cose che, senza essere dei fini esperti e analisti, il normale buon senso fa dedurre a chiunque minimamente attrezzato. Incompatibilità di fondo tra le due forze politiche che governano il Paese, incertezza assoluta sul futuro della collocazione internazionale, misure di politica economica promesse e scritte nel “contratto” che se attuate mandano il nostro Paese gambe all’aria. Nulla di particolarmente nuovo o inedito. Il rapporto dice anche che per queste incompatibilità è possibile una caduta del governo e elezioni anticipate nel 2019. Su quest’ultimo punto resto scettico. Ma è una mia opinione.

Ora quali sono le reali conseguenze di questo “rating” negativo per l’Italia? Beh, la prima è il rialzo dei tassi di interesse che il ministero dell’Economia fa sui BTP che vengono emessi.

I BTP sono uno strumento per finanziare la nostra spesa pubblica. Come facciamo infatti a farci finanziare? Promettiamo di restituire ad una certa data (la scadenza del BTP) i soldi che ci vengono prestati oggi attraverso la vendita del BTP stesso, maggiorata di un certo interesse. Per attirare investitori che si fidino e che mi diano i loro soldi occorre infatti promettere un interesse. Se gli investitori non si fidano di me per farmi prestare i soldi (vendere il BTP) devo promettere un interesse più alto. Sennò i loro soldi non li danno a me ma li danno a altri di cui si fidano. Quindi meno sono affidabile più alto deve essere l’interesse che prometto di pagare alla scadenza del prestito che chiedo. E infatti per farci finanziare 6 miliardi a fine agosto 2018 abbiano dovuto emettere BTP promettendo di pagare un interesse al 3,25% mentre solo a fine luglio 2018 era stato sufficiente un 2,87%.

Questo è il primo pessimo segnale economico. Davvero pessimo. Ma se andate sul blog nazionale del M5S un tal Stefano Buffagni (mica un grillino qualunque ma niente meno che sottosegretario a qualcosa nel Governo in carica) lo dipinge come un «segnale positivo per l’economia italiana». Non so se per pura malafede o clamorosa e banale ignoranza.

Ora questo meccanismo di finanziamento della propria spesa pubblica lo usano tutti gli Stati. E tra questi tutti c’è anche la Germania. Ed ecco che qui torna a comparire l’ormai mitico “spread” di cui torneremo a sentire parlare molto, in molti casi a sproposito, soprattutto sui social. Ma che cos’è sto maledetto “spread”? Lo spread è la banale differenza aritmetica moltiplicata per 100 tra i due tassi di interesse che Italia e Germania pagano sui loro titoli di stato che qui da noi si chiamano come dicevamo BTP e che in Germania si chiamano BUND. Sono concettualmente la stessa roba. Quindi se lo “spread” = (tasso pagato dai BTP italiani – tasso pagato dai BUND tedeschi) ×100 sale vuol dire che per far finanziare il nostro debito vendendo i nostri BTP sul mercato siamo costretti a promettere interessi via via sempre più alti di quelli che promettono i tedeschi perché altrimenti i nostri BTP non riusciamo a venderli, essendo noi giudicati, non a torto, meno affidabili di loro nel rimborso. Solo che vendendo BTP a tassi più alti aumenta ovviamente la nostra esposizione finanziaria e quindi il debito e quindi diventiamo via via sempre meno affidabili nel rimborsarlo a chi ci presta i soldi. Quindi siamo di nuovo costretti ad aumentare nuovamente i tassi ogni volta che proviamo a vendere i nostri BTP e via cosi in una spirale infernale. È quello che, per intenderci, è capitato e sta nuovamente capitando all’Argentina.

Più interessi da pagare significa meno risorse pubbliche da investire e quindi meno servizi pubblici al cittadino. Ultimo anello, pagante e di norma inconsapevole, del perverso sistema.

Ecco perché, piaccia o non piaccia il rating è davvero importante. Perché gli investitori internazionali delle menate propagandistiche di Luigi Di Maio e Matteo Salvini se ne fregano altamente. A loro frega dei loro soldi e dei soldi che ci prestano. Ce li prestano se conviene a loro, non a noi. E a loro questo meccanismo rischia di convenire parecchio. E ci speculano. Il loro giochino speculativo sta nel tirare la corda dei rialzi fino al punto in cui la corda si sta per spezzare, ma poi non romperla, altrimenti salta il banco. O se volete il giochino ancora più diabolico sta nel tirarla fino a farla spezzare, ma saltando giù dal treno che si sfracella nel default un secondo prima, lasciando il cerino dell’insolvenza ai piccoli risparmiatori. Volete verificare come stanno muovendosi le cose? Andate in banca e chiedete se per comprare un BTP che renda conviene aspettare la prossima asta di ottobre 2018 perché i tassi saliranno ancora e vediamo cosa vi rispondono.

Solo che tutta sta roba non è figlia di un misterioso “complotto internazionale” ma è diretta conseguenza della politiche economicamente devastanti contenute nel “contratto” di governo e nelle promesse farlocche di grillini e leghisti.

C’è solo da augurarsi che il ministro dell’Economia Giovanni Tria tenga il punto con sti due sciagurati capipopolo di Salvini e Di Maio in perenne campagna elettorale, che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non molli un centimetro, e che qualcuno da fuori ci aiuti a uscire da questo disastro verso cui l’Italia si sta muovendo a velocità sostenuta.

So che è paradossale ma mi piacerebbe molto che il Partito Democratico in questo momento desse davvero una mano al ministro Tria. Ne va dell’interesse del Paese.

Speriamo.

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