Mi guardo attorno, osservo, ascolto, e quello di cui più mi sto rendendo conto è che oggi, la vergogna, o l’assenza della medesima, è passata di moda. Non parlo solo di quello che più comunemente definiamo pudore e che, man mano si cresce, cambia nel tempo fortunatamente, ma di quel sano imbarazzo “preventivo” che ispira prudenza, e che permette di evitare scelte sbagliate.

La vergogna oggi è un sentimento in caduta libera. Quello che dovrebbe essere un paracadute sociale, che ti salva ed evita di farti schiantare al suolo con violenza, sembra non essere indossato più da nessuno. Non vergognarsi per ciò che sta accadendo nel nostro Paese, frutto di un’involuzione culturale, di una deriva di disumanità, non significa “avere il coraggio delle proprie azioni”, vuol dire, invece, essere insensibili alle reazioni che le azioni scellerate a cui stiamo assistendo provocano.

La vergogna insomma non abita più qui. Sparita, negata, dimenticata, sospesa, esiliata e zittita come una voce scomoda e dolorosa che richiama parole come coscienza, dignità, onestà, limiti, decenza, disapprovazione.

Eppure, magari non ora, tra qualche tempo, saremo costretti ad affrontarla, questo insegnano i periodi bui della storia, è sempre stato così. Cercare la vergogna, ora, equivale a tastare il polso del senso comune, del pudore di una comunità, della sua capacità di irritarsi e del grado di coesione o di sfaldamento dei legami sociali: più coesione c’è, più la vergogna circola.

Quello che più mi colpisce è lo spudorato egoismo dei padri nei confronti dei figli. Oltre a non insegnare più a provare vergogna, stiamo trascurando l’importanza di insegnare la bellezza dei legami umani, il rispetto delle istituzioni, del patrimonio culturale e ambientale, dei diritti e doveri.

È questo il patto generazionale che dobbiamo mettere in atto. Non basta citarlo a seconda delle circostanze solo perché  fa comodo parlare di  passaggio di testimone.

Chi oggi dovrebbe  vergognarsi per parole usate a sproposito, scelte scellerate prive di ogni senso civico, non si vergogna perché sente che, intorno a sé, la disapprovazione sociale è debole. Viviamo in una stanza piena di specchi, sempre più segregante: social, comunicazione personalizzata, pubblicità. E chi si vergogna davanti allo specchio? Nessuno. Qualcuno, tutt’al più, si dispiacerà di ritrovare sul proprio volto qualche ruga in più ma nessuno si chiederà, “io da che parte stavo?” “Dov’ero quando accadeva tutto questo? “

Beh io non voglio prestarmi, non voglio vivere in una casa di specchi, voglio guardare fuori e non vergognarmi per ciò che vedo o che sento, non voglio chiedermi come sia stato possibile, non voglio essere tacciato di essere colpevole per non aver detto o fatto nulla, non voglio nascondermi dietro l’alibi del “non mi riguarda”.

Essere cittadini comporta anche l’assolvere a dei doveri. Siamo in un momento storico in cui non è più possibile distrarsi, c’è bisogno di concentrazione per non farsi risucchiare in quelli che ormai stanno diventando buchi neri sociali, c’è bisogno di capacità di guardare lontano, oltre la punta del proprio naso.

Basterebbe farsi delle domande sulle ricadute che ogni singola decisione potrebbe innescare da qui ai prossimi anni: penso al reddito di cittadinanza, a come si stiano spudoratamente ipotecando risorse sulle spalle dei nostri figli; penso al sistema sanitario, destinato tra qualche anno al collasso perché si continuano ad utilizzare le risorse in modo sbagliato, penso a tanti servizi lasciati al mondo del sociale, dell’associazionismo e del volontariato  e che andrebbero invece in capo alla nostra sanità, penso alla cura dell’ambiente di cui ci ricordiamo solo dopo essere stati messi di fronte ad allarmismi ed emergenze.

Ricordiamoci ogni tanto di essere uomini e  pensiamo al fatto che, come tali, abbiamo il dovere di comportarci come esseri umani, lasciamo che la vergogna, da brava sentinella, lanci segnali d’allarme ma anche di resistenza civica.