Con il voto di domenica 3 marzo, il Partito Democratico è entrato in un tempo nuovo. Un luogo inesplorato, tutto da costruire. Le primarie Pd non hanno rappresentato solo un voto politico, ma uno di quei momenti in cui tutto si ferma per poi ripartire.

Un momento in cui  ci si ritrova con regole nuove, categorie nuove e necessità di nuove chiavi di lettura e interpretazione, senza però dimenticare la propria identità, chi davvero si è e si vuole diventare.
Quando migliaia di elettori escono dalle proprie case per  mettere nero su bianco un pensiero, per ribadire delle parole chiare e rivendicare un senso comune di appartenenza, non si può parlare di voto di protesta o di pancia. Quello a cui abbiamo assistito è qualcosa di più: un voto ragionato, pensato, voluto.

Per mesi la nostalgia di “com’era un tempo il partito” ha attanagliato dirigenti e militanti impedendo un vero scatto in avanti. Si è assistito ad una retromarcia cosi repentina di fiducia da far credere che fosse impossibile immaginare un futuro diverso dall’esistente, costringendo pezzi di generazioni nell’angolo della rassegnazione  e costringendoli a rimpiangere qualcosa che forse deve solo ancora accadere.

Ma è adesso che bisogna cacciare i fantasmi del senso di colpa, dell’impotenza e della frustrazione di non poter cambiare il senso di marcia.
Oggi,  il Pd ha il vantaggio di aver capito chi sta dettando le regole, chi l’agenda, chi le parole d’ordine e le regole d’ingaggio.I numeri ci raccontano di un Partito Democratico che ha ancora voglia di fare una politica di massa, popolare, dicendo e facendo tutto quello che è necessario dire e fare.
I numeri dell’affluenza ai gazebo ci raccontano di un moto d’orgoglio che ha smosso migliaia di italiani in difesa di quegli ideali e valori derisi e  abbruttiti da chi oggi gode del senso di abbattimento e incertezza comune. In molti hanno compreso che non è più tempo di limitarsi a prendere atto della catastrofe e a precisarne i responsabili. C’è bisogno di uno sforzo comune per riaccendere una speranza, una prospettiva  per sentirsi rassicurati.

Il problema della sinistra non è stato la mancanza di risposte, ma essersi fatta le domande sbagliate e essersi fatta dettare l’agenda da altri. Gli equilibri cambiano. Le leadership si rinnovano. Ma gli obiettivi, la visione, quelli, devono essere chiari fin dall’inizio.
Adesso inizia una lunga traversata, fatta di progetti che devono essere portati a compimento, di ambizioni grandi e allineate alla cultura morale di una classe dirigente responsabile, appassionata, seria, perbene, competente.

Il  voto di ieri è reazione, è fiducia, è voglia di riscatto, è desiderio di ricominciare per affrontare quella che certamente è la sfida più dura di questo nostro tempo e che riguarda  il progetto di società, la qualità della vita e delle relazioni umane, la qualità della democrazia.