È luogo comune ormai lamentare la mancanza di spazi aperti e liberi che permettano ai nostri bambini di esercitare le proprie doti innate senza quei vincoli dettati dagli adulti come regole di gioco, schemi, strategie preconfezionate e tattiche “ammazza estro”. In realtà il processo di cambiamento della società sposta e trasforma gli spazi e i tempi dei bambini in base alle presunte necessità e ritmi degli adulti influenzandone inesorabilmente la quantità, ma soprattutto la qualità.

Alle tante serate durante le quali incontro i genitori dei bambini delle società di calcio di Torino, non mancano mai le domande di rito fatte mentre entrano nella sala alla spicciolata, domande fatte con disinvoltura, come una piccola candid camera che non insinui il sospetto di secondi fini se non quello di voler fare un semplice sondaggio: suo figlio ha mai provato a giocare a tennis? Ha mai provato tiro con l’arco? E ginnastica artistica? Le risposte purtroppo riportano sempre la stessa deludente statistica: un sì ogni nove o dieci genitori. L’incontro ha il suo inizio e la prima amara constatazione che emergerà è che probabilmente in quella sala è presente il genitore di un potenziale olimpionico di tiro con l’arco, o di un potenziale vincitore di uno slam o un altrettanto potenziale campione mondale di specialità anelli e noi non lo sapremo mai.

Ecco quindi che, come alcuni dei massimi esperti denunciano, l’analfabetismo motorio non solo genera minore qualità nelle capacità coordinative e motorie, ma è in sintesi la conseguenza dell’involuzione e del regresso culturale rispetto all’importanza dell’esperienza motoria e sportiva dei bambini. E tutto ciò inevitabilmente si riflette sulla possibilità di fare emergere il talento.

È ormai assodato che il talento è innato, ma questo deve essere prima scoperto e poi esercitato. Il ruolo dell’adulto è proprio quello di permettere al bambino di sperimentare il maggior numero di esperienze motorie e sportive possibili per poter avere una seppur minima speranza di far emergere quel talento. Ma questo costa tempo, impegno ed energie. Eppure viviamo nell’eterno avvilente conflitto tra il dire che i bambini non sanno più fare le capriole e il non fare qualcosa perché ricomincino ad apprendere divertendosi ed esercitando attraverso il gioco proprio quelle capacità di base. E si perdono talenti. Tra l’altro siamo ben consapevoli che tra i migliori talenti, molti sono stati scoperti proprio in “quel campetto sotto casa”, fosse quello di calcio, di pallacanestro o semplici corse durante le quali quel bambino correva veloce come il vento.

E allora abbiamo il dovere di rivedere e riorganizzare il mondo delle esperienze ludico motorie dei bambini, paradossalmente restituendo spazi di libertà e tempo attraverso i quali possano esprimersi per ciò che sono e non per ciò che gli adulti vorrebbero che fossero: campioni di quello sport che spesso coincide con le ambizioni mancate dell’adulto stesso. E’ necessario ampliare l’offerta formativa scolastica, riorganizzare l’agenda settimanale personale ed inserire le attività dei figli nella programmazione delle giornate, portandoli nelle società sportive, ai giardini, nei campetti dell’oratorio, dedicando loro proprio quel tempo, quell’impegno e quelle energie di cui hanno bisogno. Solo cambiando ricetta potremmo ottenere una società del futuro diversa e migliore, ma soprattutto ridare ai bambini gli strumenti e la possibilità di realizzare i loro sogni.