Viviamo in un tempo politico e sociale in cui sembrano riattivarsi conflitti fra politica e stampa, peraltro mai assenti soprattutto in un paese che non si è mai abituato a considerare la stampa un necessario contropotere rispetto ai partiti, alle lobbies, ai governi in carica. Ma viviamo in questa fase dinamiche ancor più sorprendentemente inattuali in cui prevale la voglia di conflitto da parte del potere politico anche contro le istituzioni scientifiche, contro le competenze in genere, contro la cultura nelle sue varie forme e manifestazioni.

Ed è per questa ragione che il bel libro di Julian Barnes del 2016, pur parlandoci di una vicenda del secolo passato, mi sembra particolarmente attuale e necessario a ricordarci, quando serve, come l’ottusità del potere che parla in nome del popolo, visto come un unicum indistinto, vada contrastata subito ad ogni accenno di sua resurrezione ad evitare rischi peggiori di regimi sempre più repressivi.

Il “rumore del tempo” è quello che circonda e tenta di annichilire il grande musicista russo Dimitri Shostakovic, ai tempi del potere stalinista in Unione Sovietica: non una biografia musicale, né il racconto romanzato della sua vita ma un dramma in tre atti corrispondenti a tre momenti decisivi nella vita del musicista. Esattamente 1936, 1948, 1960 con una scansione simmetrica ogni 12 anni (bisestili, a confortare i superstiziosi) e quasi a sottolineare una tessitura musicale del romanzo.

Quello che interessa all’autore è investigare il rapporto fra Arte e Potere ai tempi della dittatura stalinista e lo sviluppo narrativo dei tre momenti prescelti è arricchito di aneddoti dolorosi ma anche gustosi e grotteschi per dipingere questo conflitto che la Storia ha visto ripetersi infinite volte, quando la democrazia tramonta e il nazionalismo populista ne prende il posto. E questo è, naturalmente il senso attuale di una storia proposta dall’autore al tempo dei tanti nazionalismi risorgenti.

1936, primo atto (titolo, “Sul pianerottolo”): Stalin, grande appassionato di musica assiste, presente il musicista, alla prima dell’opera “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” da un testo di Leskov ispirato a Shakespeare. Il despota, in un palco sopra la sezione orchestrale di ottoni e percussioni, ritiene quella musica sgradevole e non idonea alla corretta “educazione e ricreazione del popolo“.

Il musicista, informato delle critiche forse dettate direttamente da Stalin sulla Pravda che titola “Caos invece che musica” teme di essere deportato – siamo già ai tempi delle purghe – e attende, nelle notti insonni passate sul pianerottolo di casa per non disturbare la moglie e il figlio, con una valigia con gli effetti essenziali, la convocazione inevitabile. Viene interrogato e gli viene chiesto di denunciare altri cospiratori contro il popolo al prossimo colloquio. Ma quando si presenta alla Lubianka, il suo aguzzino non c’è più, vittima a sua volta di una delazione. Shostakovic se la cava senza essere deportato, ma le sue opere vengono proibite.

Nel 1948 il secondo atto (titolo, “Sull’aereo”) si racconta il resoconto della (forzata) partecipazione del musicista alla Conferenza di Pace tenutasi in Usa nel 1948 imposta direttamente da Stalin in una conversazione telefonica a Shostakovic che riuscirà nell’occasione a far rimuovere il veto alla rappresentazione delle sue opere ma a prezzo di leggere pubblicamente un discorso, non scritto da lui, nel quale vengono censurati e denigrati artisti dissidenti e fuggiti dall’URSS.

È il momento della umiliazione totale del musicista che viene sbeffeggiato e insultato sotto le finestre del Waldorf Astoria a New York, da un balcone del quale un dissidente si è suicidato e, davanti ai suoi occhi, appaiono i cartelli con la scritta “Shostakovic, buttati anche tu” .

E infine, nel terzo tempo (titolo, “Sull’auto”), morto Stalin e regnante Kruscev, siamo nel 1960, con un regime addolcito ma sempre pervasivo. Il musicista, che ha continuato a comporre cercando di rimanere il più fedele possibile alla propria convinzione artistica ma in qualche modo accettando qualche compromesso dal punto di vista compositivo e sviluppando tematiche che sottolineassero anche le epiche patriottiche (ad esempio la sua settima sinfonia “Leningrado” grande celebrazione dell’eroica resistenza di quella città, si vede proporre la prestigiosa carica di Presidente della Unione Compositori musicali dell’URSS. Ma con la “piccola” clausola, come ulteriore irricevibile pressione, di aderire al Partito Comunista. Dopo giorni di depressione e tormento, ancora una volta cede.

Avrà contemporaneamente onori (dal regime e dai musicofili che comunque ne apprezzeranno l’opera) e discredito (dagli oppositori del regime e da chi pensa che la dignità della propria persona venga prima di tutto).

Barnes, scrittore di vertice assieme a Ian McEwan e Martin Amis della letteratura inglese contemporanea, nel suo notevolissimo romanzo non giudica le scelte dell’artista, ma con una scrittura raffinata e mai pedante, sviluppa benissimo il tema ponendosi le  domande che ciascuno di noi potrebbe porsi a contatto di un regime che ti toglie la libertà di espressione e ti impone scelte antitetiche alle tue convinzioni e, chiuso il libro, possiamo ascoltare la moltissima meravigliosa musica che Dimitri Shostakovic ci ha lasciato, pensando a tutta la sofferenza e le umiliazioni che il comporla ha procurato. A memoria nostra del potere becero e repressivo che non sembra mai estinguersi nella storia dei popoli.