Non sono solito citare Michele Serra, ma questa mattina le sue parole offrono un ottimo punto di partenza per una riflessione che vorrei condividere con voi.
«Poche vicende come quella della trasmutazione di Fiat in Fca sono simboliche della fine del Novecento, della fine della civiltà della fabbrica, del primato della finanza sul lavoro» dice.
Ed è per questo che in questi giorni, in queste ore, si sono sprecati ovunque commenti sulla figura di Marchionne, di certo controversa, ma rappresentativa di un cambio di paradigma, dell’incarnazione di un periodo storico con cui dobbiamo e dovremo a un certo punto fare i conti.
«Marchionne ha fatto bene il suo lavoro [cioè far guadagnare gli azionisti? aggiungo io], la politica ricominci a fare il suo che è discutere del futuro e domandarsi se ci sono, per il futuro, opzioni supplementari, oltre a quelle già messe a bilancio».
La storia di Fiat è la storia d’Italia, ma è anche – o forse soprattutto – la storia di Torino e del Piemonte.
Per questo il nuovo corso non può prescindere da un rapporto con il nostro territorio.
Non sono sufficienti le riunioni del Cda nella città sabauda, non basta più produrre qualche modello del marchio. Salvare Fiat, proseguire con Fca, crescere nel settore dell’auto, significa far crescere un modello torinese-piemontese.
Parlare di industria 4.0 non significa riprodurre vecchi modelli spacciandoli per nuovi, non si può pensare di impiegare i neet come paninari (che per carità va anche bene, ma non parliamo di innovazione!), bisogna investire in ricerca e sviluppo, rendere sempre più qualificate le persone presenti sul nostro territorio, mantenere saldo il rapporto tra Politecnico e aziende, costruire uguale sistema con l’Università di Torino, l’Università del Piemonte Orientale con le sue tre sedi, gli istituti tecnici e i licei. Come mette in evidenza la ricerca Orti di i-Com, il Piemonte è tra le Regioni italiane che più ha sofferto della crisi industriale, con 6033 stabilimenti in cassa integrazione. Spicca, però, per due caratteristiche: l’apertura internazionale con un saldo commerciale positivo e la spesa in attività di R&S, dove è al primo posto in Italia. Questa, però, va estesa anche per le mansioni che riteniamo più “basse”.
Le start up sono 484, dato molto positivo, ma inferiore alla media nazionale. La quasi totalità di queste si trova a Torino. Perché?
Abbiamo deciso di abbandonare due questioni importanti. Collegare in modo ottimale non solo le più grandi città italiane tra di loro, ma le province della nostra Regione con il capoluogo. Offrire servizi di collegamento ottimali, con condizioni di livello per poter lavorare, e migliorare la vita sui singoli territori con servizi adeguati, anche per quanto riguarda l’aspetto sanitario. Ingredienti necessari – insieme alla banda larga ovunque – per poter dislocare le proprie attività, per poter crescere in altri territori del Piemonte che hanno vocazioni economiche forti ma potenzialmente amplificabili (si pensi all’enogastronomia nelle Langhe e nel Roero, al tessile nel biellese, a tutti i nostri distretti industriali).
Nel settennato 2014-2020, grazie alla politica di coesione, grazie all’Europa insomma, la Regione Piemonte riceve complessivamente quasi un miliardo di euro. Di questi 482 milioni sono fondi fesr che vanno a rafforzare la ricerca, lo sviluppo tecnologico, l’innovazione e la competitività delle piccole e medie imprese. I 436 miloni del Fse contribuiscono invece a promuovere occupazione, creare posti di lavoro e sostenere la mobilità dei lavoratori.
Qualche giorno fa ho lanciato un appello. La partita per l’approvazione del prossimo quadro finanziario pluriennale (attraverso il quale si fissano gli importi di spesa anno per anno e i settori strategici dell’UE) è tutta da giocare. Dobbiamo essere in prima linea tutti – politica, aziende, università, stakeholder – per proporre la visione che abbiamo del Piemonte per i prossimi sette anni e per quelli a venire.
Veniamo da anni in cui la dottrina egemone sembra essere stata quella dal retrogusto un po’ thatcheriano del “There is no alternative”. Voglio credere che le alternative ci siano e che sia importante lavorarci.
La politica si faccia sentire, facciamoci sentire tutti insieme.