Se le note di carattere economico e politico precedentemente raccolte miravano a fornire qualche fatto documentabile per raccapezzarsi nel guazzabuglio di informazioni giornalistiche sul dramma del Venezuela, ora è la volta di far altrettanto per quanto riguarda la posizione in esso assunta dalla chiesa, lasciando, come precedentemente fatto, la parola direttamente ai protagonisti.

La situazione generale della chiesa venezuelana a partire dalla rivoluzione bolivariana, è delineata con incisiva brevità da padre Agostino Barbosa, missionario della Consolata: «Negare che le attuali divisioni politiche siano arrivate anche all’interno della chiesa e dei fedeli è negare l’evidenza… Anche dentro la chiesa ci sono persone che si odiano perché uno ama Chàvez e uno lo odia… Ci sono persone, soprattutto nei quartieri poveri, che amano il presidente Chavez… eletto con il voto determinante della classi meno abbienti».

Una chiesa, dunque, in due tronconi, distrutta nella sua natura unitaria. E questo fin dall’avvento di Hugo Chavez. Un’istituzione divisa su due percorsi opposti: la gerarchia sull’uno, sull’altro una parte, tutt’altro che indifferente, del suo popolo, soprattutto dei “meno abbienti”, significativamente accompagnata da preti, religiosi e religiose che hanno scelto “le periferie” della vita. Diceva padre Barbosa: «Se tu non esci, se non stai per strada, se non cerchi il contatto, non c’è una risposta della gente».

Una forte testimonianza di coloro che stanno “per strada” è data da una comunità di suore operanti in una regione tra le più povere del Venezuela, che ebbero il coraggio di pubblicare una lettera dal titolo significativo: “Esistiamo”.

«Sì, esistiamo nella chiesa popolo di Dio. Sempre si parla di vescovi e sacerdoti per riferirsi alla chiesa, però noi Sorelle siamo la presenza di Gesù tra il popolo». A questo richiamo ecclesiale segue una inequivocabile dichiarazione della loro collocazione di parte: «Riconosciamo, valorizziamo e ammiriamo il progetto bolivariano guidato dal fratello presidente, Hugo Chàvez, che offre al popolo partecipazione e protagonismo, con la coscienza di creare la storia che sogniamo… Come chiesa e come Sorelle ci sentiamo identificate col progetto e soffriamo quando alcuni vescovi e sacerdoti bloccano e non valorizzano il momento storico che viviamo. Non ci sentiamo rappresentate da loro… Lavoriamo in comunità cristiane, gruppi di donne operativi, piccoli gruppi comunitari di educazione popolare e sentiamo che oggi sperimentano una nuova vitalità… Vale la pena vivere OGGI, QUI, ORA in Venezuela». Le maiuscole sono loro.

La vocazione, che è sostanza del vangelo, ad essere con gli ultimi non si realizza, dunque, solo in opere su cui svetta la croce e la targa “cristiane”. Si lavora con tutti con tutti i mezzi, anche quelli resi disponibili, caso raro, da un governo che non chiede conversioni politiche. Una vocazione che in America Latina ha ripreso vigore con la “Teologia della liberazione”, fortemente osteggiata dalla gerarchia che fiutava in essa sentori di marxismo.

Scelte e percorsi in Venezuela diffusamente partecipati dalla base della chiesa, nonostante le riconosciute insufficienze ed errori nella realizzazione del progetto governativo. Difficoltà enormemente accresciute dall’opposizione delle forti e ben presenti oligarchie politico-economiche interne, sostenute dall’esterno da non dissimili potentati, per un ritorno ai passati regimi “liberali” dove la ricchezza è sempre stata per pochi e le lacrime per i più.

A confermare la condivisione di un progetto volto ad asciugare qualche lacrima, ancora la voce di una suora, Eugenia Russian, presidente della Fondazione Latinoamericana per i Diritti umani e lo Sviluppo sociale: «Chi parla mai delle conquiste in materia di diritti sociali riconosciute anche da FAO ed UNESCO?…Consegnate ai poveri più di un milione e mezzo di case, sanità ed educazione gratuite, pensioni collegate al salario minimo, periodicamente riviste al rialzo… Malgrado la caduta del petrolio le Missioni sociali sono state mantenute».

Un’altra testimonianza di peso è quella dei Movimenti Sociali e Pastorali, cari a Francesco, unitamente all’Associazione Ecumenica di Teologi e Teologhe latinoamericana che in un comune documento dichiarano: «Crediamo che in Venezuela esista una’autentica e genuina democrazia partecipativa… che attualmente non sia il governo a violare il processo democratico, ma l’opposizione che ricorre a metodi violenti e crea insicurezza ed instabilità sociale… L’accaparramento di beni di prima necessità da parte dei commercianti e settori dell’élite è una misura diretta a destabilizzare il governo… Le Missioni sociali sono sacre e non devono essere negoziate… Non bisogna tornare indietro». Il documento conclude con Oscar Romero: «La gloria di Dio è la liberazione degli oppressi».

A chiusura delle dichiarazioni di chi ha messo le mani in pasta e ad introduzione di quelle d’una gerarchia che giudica dall’alto, la voce di padre Numa Molina, gesuita. «I vescovi venezuelani mancano di una visone imparziale e pare che si informino della realtà solo mediante i media privati marcatamente di destra. Su questa linea hanno emesso un comunicato da leggere in tutte le chiese: «È ora di chiedersi responsabilmente se non sono opportune la disobbedienza civile, le manifestazioni pacifiche, le giuste rimostranze ai poteri pubblici nazionali e internazionali, le proteste civili… Sappiamo l’esito di queste manifestazioni: morti e feriti… La guardia nazionale è stata costantemente aggredita… L’arcivescovo di Caracas assume da Oscar Romero l’espressione ‘Cessi la repressione’. Impossibile paragonare la repressione del governo di destra del Salvador nel 1980 dopo una dittatura di 550 anni, con ciò che accade qui in Venezuela… Sembra quasi che qui essere prete ed essere oppositore del governo siano sinonimi… La silenziosa fuga di cattolici è mensilmente a migliaia: vanno ad altre chiese cristiane o non tornano più alle loro parrocchie».