Impossibile chiudere questo lungo viaggio nel Venezuela senza alcune complessive annotazioni sul posizionamento della chiesa.

1a- E’impensabile che il Vaticano non conosca a fondo la realtà fattuale venezuelana, ossia che la sua virulenza e refrattarietà a soluzioni democratiche è dovuta a forze esterne. Certo errori nella realizzazione d’un progetto di democrazia sociale ci sono stati, ma determinante è l’intervento delle oligarchie economico-finanziarie e degli Stati che le supportano, i quali impediscono ogni altra soluzione che non sia il ripristino del loro potere scosso dal chavismo. Lo Stato che ne è alfiere è noto e non ne fa mistero. Già Obama, premio Nobel per la pace, aveva dichiarato il Venezuela minaccia alla sicurezza degli USA. Incredibile, ma vero!

2a- Nel Venezuela c’è una dittatura. Ben strana, però, e Francesco potrebbe confermarlo avendo sperimentato quella argentina. Diceva Francesco il 14 febbraio ai gesuiti in Panama: “Le dittature dell’America centrale furono quelle del terrore!” E certo non nacquero democraticamente. Il governo bolivariano è nato da libere elezioni e si è mantenuto al potere attraverso altre 27 di cui 25 vinte. Elezioni truffaldine? In Venezuela esse si svolgono sempre sotto il controllo di osservatori internazionali e con un procedimento digitale e cartaceo, di cui Jimmy Carter, ex presidente USA ha detto: “Delle 92 elezioni che ho monitorato direi che il procedimento elettorale in Venezuela è il migliore del mondo”. Giorgio Cremaschi, sindacalista italiano che fu osservatore, dichiarò: “Torno dal Venezuela ancora più convinto del sostegno alla rivoluzione bolivariana”. “Mi sento triste nel sentire molte opinioni sul Venezuela da parte di persone che non sono mai state lì”, ha lamentato Luis Zapatero ex presidente del governo spagnolo più volte mediatore tra governo e opposizioni. Nel Venezuela sotto “dittatura” permangono tutte le realtà d’una società democratica: TV, radio, stampa libere, attività economiche private, votazioni, partiti d’opposizione attivi al punto che il capo di quello di estrema destra Voluntad popular ha potuto proclamarsi presidente ad interim, comportandosi come tale all’interno e all’esterno del Paese, stipendiato come parlamentare e generosamente sovvenzionato dagli Usa. Una dittatura veramente di nuova generazione!

Sempre a Panama, Francesco ricordava ai suoi confratelli che “allora [al tempo delle dittature in Argentina, Cile , El Salvador] membri della gerarchia ecclesiastica erano molto vicini ai regimi del momento, erano molto inseriti”. Perché oggi i gerarchi ecclesiastici venezuelani non amoreggiano col “regime” vigente? Forse perché dichiaratosi “socialista” oltre che bolivariano e cristiano?

3a- Il Vaticano, diversamente dalla chiesa locale, nella questione venezuelana ha assunto, almeno ufficialmente, la posizione del né con l’uno né con l’altro, ma di accompagnatore nel dialogo. I contendenti, però, non sono uguali. Innanzitutto nei valori. Francesco diceva ai Movimenti popolari: “Avete un ruolo essenziale non solo nell’esigere o nel reclamare, ma nel creare. Voi siete poeti sociali, creatori di lavoro, costruttori di case, produttori di generi alimentari…” E’ quanto da 20 anni in Venezuela stanno sperimentando, spinti dal governo e col favore e la partecipazione delle comunità di base cristiane, quelli che un tempo erano gli ultimi e i dimenticati. L’opposizione, al contrario, mira a riappropriarsi dei beni un tempo già nelle sue rapaci mani. In secondo luogo, i contendenti non sono uguali nelle forze. D’acchito sembrerebbe prevalere il governo. Nei fatti l’opposizione ha alle spalle USA ed accoliti che stanno soffocando finanziariamente ed economicamente il Venezuela.

4°- Francesco, ancora a Panama, sottolineava tre problemi per lui di grande rilevanza politica: il nuovo colonialismo, la crudeltà e le punizioni senza speranza. E’ quanto sta subendo il Venezuela, dove si vuole riportare un popolo sotto il colonialismo del capitale, con azioni di inusitata crudeltà e soffocando ogni speranza d’una diversa gestione delle risorse del Paese. Uno scontro frontale tra due opposte visioni di società. Come può una chiesa che proclama suo connaturale habitat le periferie del mondo dove s’ammassano i rifiutati da un mondo spietato e guidata da un papa tacciato di comunismo per le sue battaglie sociali, tentennare sulla propria collocazione nel conflitto in corso in Venezuela? Non basta brandire il vangelo e poi strozzarne il vigore sovversivo con le ipocrite ambiguità della diplomazia. Vangelo e diplomazia sono un coniugio contro natura che riduce la chiesa ad una qualsivoglia istituzione. Francesco, ritornando dalla Romania diceva ai giornalisti: “Noi capi dobbiamo fare degli equilibri diplomatici [nei rapporti ecumenici]… ma il popolo prega assieme”. Se già nei rapporti ecumenici, che dire in quelli politici? Quel “dobbiamo” sulla bocca di Francesco meraviglia. Un Gesù diplomatico non sarebbe finito in croce!

5a- Se “il popolo prega assieme” anticipando una gerarchia diplomatizzata, quando quel popolo avrà la meglio sul leaderismo episcopale? Francesco ha sempre celebrato la pietà popolare come imprescindibile punto orientativo della fede cristiana. Perché non anche delle opere che ne sono l’esplicitazione? Molti cattolici in Venezuela non si sentono rappresentati dai loro vescovi. E ne hanno ben motivo se ancora lo scorso giugno mentre il Segretario di Stato Mike Pompeo dichiarava che l’amministrazione Trump si affida alle istituzioni religiose affinché “l’opposizione possa unirsi”, il cardinale Baltazar Porras, arcivescovo di Mérida, quasi rispondendo dichiarava: “Aspettiamo che altri ci offrano la soluzione ci diano la risposta che noi stessi non sappiamo darci”. E si sa chi sono gli “altri” cui i vescovi venezuelani affidano la redenzione del Paese.

Scritto da Vittorino Merinas