L’altro troncone della chiesa venezuelana bi-polarizzata dal chavismo, è quello che detiene le leve dell’apparato istituzionale, spesso inteso come la chiesa sic et simpliciter -come lamentavano le “Sorelle” impegnate nel sociale di cui si è detto-: vescovi, parroci e religiosi d’ogni abito, amministratori di sacramenti e attenti curatori di riti e sacre feste. Non scendono in strada. Il popolo di cui si dicono pastori, ma che signoreggiano come padroni, l’attendono nei loro uffici e nelle chiese. Curano scrupolosamente le anime, non mancano d’una buona parola per chi soffre, indirizzano i diseredati ai luoghi della carità chiesastica. Di loro il padre gesuita Molina diceva: «Il Venezuela, nel corso della sua storia, ha avuto un’istituzione ecclesiastica installata nelle sacrestie, imborghesita e senza dimensione profetica… che si è sempre adattata ai governi di turno ed ai poteri economici». Che il potere ecclesiastico non si sia mai trovato a disagio con gli altri poteri pur occasionalmente rimbrottandoli quando non attenti alle sue richieste, è storicamente accertabile. Un principio che ha avuto e ha le sue eccezioni. Come in Venezuela, dove non un rimbrotto, ma un subitaneo e netto rifiuto è esploso nei confronti del governo chavista, seppure orientato ad amministrare in modo più equo di quello consueto i beni pubblici lasciandone scorrere verso i ceti bassi qualcosa di più delle tradizionali lacrime, trasformando l’impegno sociale da saltuario e caritatevole in permanente e sistemico. Un progetto rivoluzionario maturato in una realtà di povertà diffusa, spesso estrema, e di repressione violenta d’ogni rivendicazione sociale da spingere, nel 1992, forze dell’esercito ad un tentativo, fallito, di colpo di stato, guidato da un giovane ufficiale che, scontato in prigione il reato, nel 1998 sarà democraticamente eletto alla presidenza del Paese.

Progetto ed elezione ben presto considerate dalla gerarchia una catastrofe per il Paese, in un crescendo di condanne sempre più esplicite e imperiose, fino a schierarsi con l’opposizione organizzata dai vecchi poteri sconfitti. Già il motto chavista, Patria, socialismo o morte, fu dichiarato immorale e contrario alle aspirazioni del popolo, come se l’equa ripartizione dei beni comuni fosse moralmente condannabile e nociva alla società. Eppure la chiesa ha sempre chiesto al cristiano di non temere la morte per la propria fede e questo a tutt’oggi quand’essa è un’evenienza realistica in Paesi deficitari di libertà religiosa. In realtà il bersaglio anche per la chiesa era il progetto d’un “Socialismo del XXI secolo”. No ad un’altra Cuba, e di che peso!, in America Latina.

La misura della repulsione dei vescovi venezuelani per il governo bolivariano fu data dalla corsa, anche diplomaticamente insipiente, dell’allora arcivescovo di Caracas, cardinale Pedro Carmona, a sottoscrivere, nell’aprile 2002, l’atto di riconoscimento del nuovo governo golpista. Un’insipienza ed uno smacco storici giacché dopo pochi mesi il popolo venezuelano riportava trionfalmente Hugo Chavez a palazzo Miraflores, sede del governo. Una scelta ed un’indicazione politica manifeste date dal popolo, che, però, non smossero la gerarchia cattolica, ferma nel consenso e nella fiducia nella composita sconfitta oligarchia, cosiddetta “democratico-liberale”, che permaneva, e permane, tuttora forte ed organizzata, potente nei mezzi di comunicazione e di approvvigionamento dei beni di consumo, nonostante la strillata “dittatura” imperante nel Venezuela.

Individuato alla cieca il chavismo come causa delle difficoltà economiche e dei contrasti politici del Paese, contrariamente alla base ecclesiale che l’aveva accolto come una opportunità di redenzione sociale, la chiesa gerarchica, disturbata nella sua “borghese” sonnolenza, s’è infilata nella politica alzando la croce contro un’ideologia ritenuta ingannevole e fallimentare. Le Esortazioni, documenti ufficiali della conferenza episcopale, cominciarono a scandire, anno dopo anno. la condanna delle politiche governative, col piglio più da corte costituzionale che da organo sacro. Diceva il cardinale Ubaldo Santana nel suo intervento nella visita ad limina dei vescovi a Benedetto XVI, l’8 giugno 2009: «In Venezuela si è imposto da un decennio un nuovo progetto politico chiamato socialismo del XXI secolo. Ha provocato crescenti polarizzazioni economiche, sociali e culturali…Ha diviso il Paese in gruppi contrapposti… Ha aumentato la violenza, l’insicurezza e l’odio, mettendo a serio rischio la convivenza democratica». Dunque, estirpato il cancro del chavismo, il Venezuela tornerebbe alla pace sociale ed al diffuso benessere d’altri tempi!