A questa ormai lunga narrazione sul rapporto tra chiesa cattolica ed il ventennale tentativo del governo bolivariano di dare rilevanza e dignità e restituire i beni che gli appartengono ad un popolo derubato dall’avidità dei potentati di casa e stranieri, manca solo il tassello del Vaticano. La sua attenzione al Venezuela si è trasformata in azione con la fortuita contemporanea ascesa ai tre massimi livelli della chiesa del latinoamericano Jorge Bergoglio, di Pietro Parolin per cinque anni nunzio apostolico in Venezuela e del venezuelano Edgar Pena Parra. Una forza decisionale non comune cui si potrebbe aggiungere quella di Arturo Sosa Abascal, superiore generale dei Gesuiti, il “papa nero”, venezuelano egli pure.

Con loro non più solo vicinanza e preghiera, ma presenza attiva tosto avviata nonostante l’iniziale diffidenza del governo Maduro nei confronti di Parolin ritenuto, negli anni a Caracas, non del tutto al di sopra delle parti. Le richieste di mediazione sia del governo che dell’opposizione del Venezuela non rimasero senza risposta. Fin dal 2014 lettere, incontri inviati papali tessero i rapporti tra Santa Sede ed il martoriato Paese. Più che seguirli, basti cogliere spirito e criteri orientativi dell’opera della Santa Sede.

“L’atteggiamento [della chiesa] non è di chi sta alla finestra e guarda che cosa succede quasi indifferente. E’ l’atteggiamento di chi cerca di essere sopra le parti per superare le conflittualità.” “Sopra le parti”: questo il principio dell’azione vaticana dichiarato dal cardinale Parolin che ne delineava anche il modo attuativo. Parlando alla cattolica Tv2000 diceva: “Dalla Santa Sede neutralità positiva… Il nostro impegno è quello di cercare soluzioni pacifiche e istituzionali della crisi in atto”. Dunque, un’azione nel solco delle istituzioni democratiche, senza allinearsi con l’uno o l’altro schieramento, evitando, così, l’errore dell’episcopato venezuelano, il quale, scegliendo una parte, si è privato d’ogni possibilità di mediazione. “Sopra le parti”, pur avendo inviato un suo rappresentante all’insediamento di Maduro il 10 gennaio scorso, dai vescovi ritenuto “illegittimo”, ma giustificato dal portavoce vaticano Alessandro Gisotti, come atto dovuto per le relazioni diplomatiche intercorrenti con lo Stato venezuelano.

Spirito e modo di presenza secondo regole ben precise stabilite dal duo Francesco-Parolin: invito dalle parti in causa, serietà del dialogo attuando tosto gli accordi mano a mano assunti, presenza accompagnante e facilitante non propositiva dell’inviato della Santa Sede. Su queste basi la Santa Sede fu presente ed attiva negli incontri tra le parti contendenti, ma invano perché i pochi compromessi raggiunti non si trasformarono mai in fatti, come richiedeva la Santa Sede. Fallimenti su cui Francesco, nel volo di ritorno dall’Egitto, farà un’amara considerazione: ”Le proposte non sono state accettate o venivano diluite… E’ curioso: la stessa opposizione è divisa ed i conflitti si vanno acuendo sempre più”. Nessuna meraviglia sapendola costituita da almeno 17 gruppi o partiti!

Era l’aprile del 2017 ed il papa aveva particolarmente presenti i due contrastati incontri del precedente fine anno terminati con un nulla di fatto pur essendosi delineate alcune possibili convergenze da verificare in un successivo vertice, poi disatteso dagli oppositori. Fu allora che, mentre l’inviato vaticano, monsignor Claudio Celli, ed i rappresentanti di alcuni Stati sudamericani tentavano di ricucire i rapporti tra le delegazioni ai summit falliti, giunse inattesa una lettera del Segretario di Stato Parolin indirizzata ai singoli loro leader. In essa il cardinale enucleava quattro punti su cui le parti avrebbero dovuto convergere in successivo incontro, poi concordato per il 6 dicembre 2016. 1- Rifornire la popolazione di beni alimentari e medicine. 2- Concordino un calendario elettorale. 3- Prendano le misure necessarie per restituire quanto prima all’Assemblea Nazionale il ruolo previsto dalla Costituzione. 4- Accelerare il processo di liberazione dei detenuti.

Una lettera dissonante dal principio categoricamente assunto dalla Santa Sede di accompagnamento e non di proposizione nel dialogo tra le parti. Un errore diplomatico con, in più, indicazioni di carattere impositivo e chiaramente sbilenche. Dall’imparzialità ripetutamente dichiarata, il Vaticano si allineava ai vescovi giacché i quattro imperativi di fatto concernevano il solo governo. La lettera non ebbe evidentemente esito e rimane tuttora inascoltata pur se richiamata sia dalla Santa Sede che dai vescovi venezuelani come imprescindibile punto di riferimento.

L’invocazione d’aiuto a Francesco da parte di Maduro, però, continuò e tuttora continua. In un’inconsueta intervista del 4 febbraio a Sky Tv24 egli dichiarava: “Ho inviato una lettera a papa Francesco, spero che sia in viaggio o sia arrivata… Io chiedo al papa che produca il suo miglior sforzo, la sua volontà per aiutarci nella strada del dialogo. Speriamo di ricevere una risposta.” La lettera è stata confermata dal cardinale Parolin e la risposta non è mancata. e senza la mediazione di organismi curiali giacché porta la firma dello stesso Francesco e la data del 7 febbraio 2019. Per quanto se ne sa, poiché la lettera è segretata in quanto “lettera privata”, ha detto a giustificazione il portavoce vaticano Alessandro Gisotti. La fortuna ha, però, baciato il Corriere della sera, cui solamente, in qualche modo, l’ha consegnata. Non resta che affidarsi a Massimo Franco cui è toccato commentarla lasciandone graziosamente sgocciolare qualche breve citazione. (5, continua)

Scritto da Vittorino Merinas