La allarmante e accusatoria descrizione -di cui si è antecedentemente parlato- fatta dai vescovi venezuelani a Benedetto XVI nel 2009 sulla situazione del Paese, causata, dicevano, dal fallimentare progetto di “Socialismo del XXI secolo”, costituirà la traccia per le annuali Esortazioni ai fedeli, in un crescendo di pessimismo e acredine antigovernativa. Qualche spezzone aiuterà a coglierne l’indole. 7 luglio 2010: “E’ inaccettabile l’imposizione di uno Stato socialista che si ispira al regime comunista cubano”. 11 gennaio 2011: “Disconoscere la volontà popolare -eppure in Venezuela tutto avviene attraverso votazioni popolari aperte al controllo di missioni internazionali- ferisce gravemente il bene comune, l’istituzione democratica e i diritti dei venezuelani.”

Accuse che raggiungono l’acme nella Esortazione del 9 gennaio dell’anno in corso, nella quale violenza e livore, per non dire odio, sono tali da sconfinare in un represso invito alla sollevazione popolare. “Accogliamo il 2019 come una buona opportunità per recuperare lo Stato di diritto secondo la Costituzione… E’ peccato che grida al cielo voler mantenere ad ogni costo il potere… Reiteriamo che la convocazione il 20 maggio [2018 per eleggere il presidente della Repubblica] fu illegittima come quella per L’Assemblea Nazionale Costituente… Viviamo in un regime di fatto… La pretesa di iniziare un nuovo periodo presidenziale il 10 gennaio 2019 è illegittima per la sua origine ed apre una porta per il disconoscimento del Governo… La Assemblea Nazionale eletta con voto libero e democratico [evidentemente perché vinta dall’opposizione] è attualmente l’unico organo di potere pubblico con legittimità… Politica di fame, persecuzione politica, repressione militare, prigionieri politici, torture, corruzione… E’ necessario cercare assieme percorsi di concordia.“ Più che una esortazione di carattere religioso si direbbe un verdetto d’un’alta corte costituzionale o, peggio, d’un consiglio di guerra!

Se questo è il giudizio condiviso del consesso gerarchico istituzionale sulla realtà politica e sociale Paese, non mancano dichiarazioni personali di singoli vescovi che, nella loro specificità, fanno supporre qualcosa di non espresso nei documenti collettivi ed ufficiali sugli sviluppi della crisi in cui versa il Venezuela. Il cardinale Porras, arcivescovo di Merida, pensa che sia iniziato “un processo irreversibile… Non c’è marcia indietro”. Tace, però, sul modo di portare a termine questo processo. Jaime Villarroel, vescovo di Carupano vede il Paese come “un campo di concentramento dove stanno sterminando i venezuelani” e dichiara che “non può uscire da questa situazione da solo.” Alla dichiarazione del collega aggiunge, dunque, un significativo “da solo”, anch’egli tacendo, però, su chi debba prestare aiuto. A sua volta l’arcivescovo emerito di Caracas, cardinale Jorge Urosa Savino, interviene prospettando all’origine della crisi “un progetto ideologico fallito: il socialismo del secolo XXI, che ha portato il Paese alla rovina e il popolo a indicibili sofferenze” E continua: “Maduro, già cacciato dalla maggioranza della popolazione, deve mettersi da parte e cedere il posto che sta di fatto occupando… E’ necessario che si accetti la presidenza interinale del presidente dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidò, per un governo di transizione… perché si realizzino elezioni pulite e trasparenti e si avvii un autentico recupero del Paese”. Finalmente ciò che la gerarchia nelle denunce unitarie taceva lo rivela il cardinale in pensione, pronunciando il nome del novello libertador: Juan Guaidò, il quale in un tweet con foto conferma quanto detto dall’eminenza dichiarando d’essere già stato ricevuto dal direttivo della Conferenza episcopale per “lavorare insieme e poter generare la transizione di cui il Paese ha bisogno per ristabilire il filo costituzionale”. Parole con un inavvertito, ma interessante corto circuito: ristabilire la costituzione con un’incostituzionale auto proclamazione di presidente ad interim, e ciò col sostegno d’un episcopato costantemente dichiarante di volere una soluzione democratica alla crisi attraverso “percorsi di concordia”.

Con le dichiarazioni del cardinale Urosa e l’incontro di cui dà notizia Guaidò, non solo viene alla luce il non detto nelle Esortazioni, ma anche che l’episcopato aveva accolto il presidente interinale come guida alla liberazione del Paese dall’usurpatore Maduro. Juan Guaidò: un giovane virgulto di famiglia rigorosamente cattolica, laureatosi all’Università cattolica di Caracas e con studi presso la George Washington University, vivaio di futuri agenti segreti USA. Una università, quella di Caracas, a guida gesuitica, noto centro di antichavismo dove si sono formati anche altri giovani leader poi confluiti, con Guaidò, nel partito di estrema destra Voluntad popular che ha costantemente contrastato ogni tentativo di accordo col governo, pretendendo l’incondizionata decadenza di Nicolàs Maduro e la capitolazione delle Forze Armate. Che i luoghi di formazione di Guaidò e la sua vicinanza ad un’istituzione religiosa radicalmente avversa al governo in carica abbiano spinto gli Usa a fare di lui l’eletto per chiudere la questione venezuelana? E che siano gli USA, magari su richiesta del presidente ad interim, l’aiuto di cui parlava il vescovo Villarroel affinché i venezuelani vengano a capo dei loro problemi? Le violente manifestazioni di inizio maggio organizzate da Guaidò per avviare lo scontro finale con Maduro potrebbero esserne una premonizione, rafforzata dalla rinnovata dichiarazione di Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale USA, che un intervento è sempre sotto attenzione.