«Impariamo a chiamarli per nome. Impariamo a trattarli come persone». Son ormai dieci anni che Eusapia Iezza (ma tutti la conoscono come la Tina) porta avanti il suo gruppo di volontari “Progetto Leonardo”, impegnato con gli “invisibili” ovvero i senza fissa dimora di Torino. Una realtà in costante e drammatico aumento che da tanti passanti per le vie del centro viene ignorata come se si trattasse di “fantasmi urbani” che appaiono come anomale visioni con i loro materassi, cartoni e a volte un cagnolino per compagnia che dorme vicino a un bricco di Tavernello.

È molto stanca la Tina, pensionata con un passato in banca, dopo il consueto servizio del venerdì alla mensa dei bisognosi di via Sant’Antonio da Padova, ma non accenna a spegnere il suo sorriso e i suoi incoraggiamenti. Dietro il sorriso c’è una costante attenzione affinché tutto proceda al meglio secondo valori fondamentali di rispetto, fratellanza e condivisione.

«La nostra è una missione che non intende portare solo del cibo a persone in difficoltà ma vuole essere una testimonianza anche di valori. Valori che devono essere condivisi anche dai nostri volontari e dagli ospiti che aiutiamo».

Tina è sempre pronta ad impegnarsi ben oltre quello che prevede il cliché dell’assistenza, ovvero del piatto di pasta e il bicchiere di the o una pizza di buona qualità. La pasta, trasportata in un grande contenitore sotto i portici del centro o fornita alla mensa, viene preparata e offerta da Mario Sechi, gestore del Circolo sardo Sant’Efisio della Falchera, mentre la pizza è offerta da Domenico Licata, titolare di “Pizza Menù” in via Porta Palatina.

Oltre al discorso cibo “Progetto Leonardo” è vicino agli invisibili anche cercando, sul piano individuale, di trovare per quanto possibile soluzioni alle tante problematiche quotidiane di queste persone. Cure mediche, il contatto con un parente e soprattutto la necessità di ascolto. Ognuno ha la sua specificità.

Dieci anni di operato che hanno dato il via a un impatto e tanti risultati che sono frutto di questa lunga missione in primo luogo umanitaria in strada che hanno fatto la Tina diventasse un vero punto di riferimento per i senzatetto di Torino. Anche ricordandosi del loro compleanno. Certo non sono sempre rose e fiori.

Tina sa come farsi ascoltare e intervenire con dolcezza e con grande fermezza se necessario per dirimere liti e dissidi non infrequenti tra i disperati che vivono in strada. Non è sempre facile. La strada è un luogo di rabbia, violenze, furti, freddo, sofferenza ma anche di solidarietà a cominciare da quella che si registra tra chi è pronto a condividere un pezzo di pane secco o un quartino di vino.

Oltre a questo le altre linee guida del “Tina pensiero” riguardano la piena apertura al dialogo e alla collaborazione con tante espressioni della solidarietà torinese anche religiose. «Sono riuscita a far operare insieme evangelisti, Hare Krishna e monaci buddisti, ma quello che più mi preme è il coinvolgimento di tanti giovani». Sono proprio i ragazzi “Gruppo Giovani Progetto Leonardo” che ogni lunedì sera si ritrovano per portare e distribuire cibo nel giro da Porta Susa a Porta Nuova. «Guardando ai giovani e per far vivere loro un’esperienza più estesa possibile sul piano formativo e solidale – precisa Tina con soddisfazione – abbiamo organizzato con il professor Claudio Torrero (presidente di Interdipendence, associazione che propone iniziative di concreto dialogo tra tutte le confessioni religiose), giri di solidarietà affiancati da intere scolaresche di un liceo di Lanzo che hanno incontrato il mondo dei senza tetto. Un’esperienza che molti non dimenticheranno mai e alcuni restano a darci una mano».

Certo incontrando ospiti e volontari nella mensa di via Sant’ Antonio da Padova, gestita dai Frati Minori da sempre attivi in opere umanitarie, si avverte un clima molto sereno, addirittura allegro. A fine cena vengono spesso consegnati capi di vestiario quanto mai graditi. Ma nessuno cerca di accaparrare e si collabora per trovare a chi quella maglia, quella felpa vada meglio.

Ma cosa cercano le associazioni che aiutano i senzatetto? «Certo servono fondi per sostenere il nostro servizio ma quello che più ci preme è che, a livello istituzionale, ci vengano assegnati spazi, case, strutture anche abbandonate che potremmo utilizzare come magazzini per custodire le forniture o come sedi per trovarci e organizzarci. Anche se il nostro sogno è realizzare delle reali strutture di assistenza. Servirebbero inoltre dei mezzi di trasporto e condizioni agevolate per le nostre attività che ripeto si basano su un reale volontariato». Sono esigenze poste senza lamentarsi, tanto più con il livello politico istituzionale, in quanto chi fa questo servizio non ha tempo per lagnarsi e per perdersi in sterili polemiche tale è l’assorbimento nelle concretezze delle priorità che questa missione impone.

Una missione che deve fare i conti con un costante aumento di coloro che vivono la strada e di tanti “sbandati erranti” che si aggirano affamati vicino alle stazioni. Sbandati che spesso sorprendono in quanto sempre più spesso, ai barbuti veterani della strada, si affiancano persone insospettabili dai modi gentili, finiti male dopo una separazione, un dissidio familiare coinciso spesso con la perdita del lavoro o della casa. Gente che mai e poi mai si sarebbe aspettata di vivere dormendo tra un dormitorio e su una panchina.

Parlano volontari e senza fissa dimora “Non me lo sarei mai aspettato ma sono diventato un barbone”

La testimonianza più toccante è quella di Guido, 47 anni. In breve tempo da tranquillo portinaio si è improvvisamente trovato a vivere la strada. «Non me lo sarei mai aspettato», afferma quasi ancora incredulo, raccontando con calma e con garbo la sua incredibile esperienza.

Certo chi svolge questo mestiere spesso la perdita del lavoro coincide con quella della casa e se non si hanno parenti e amici non è difficile finire a dormire sui cartoni. A Guido non piace chiedere aiuto, ha modi gentili e grande dignità. Ci dice di aver seguito un corso Oss e spera presto di riprendere a lavorare. «Un discorso di dignità per me imprescindibile», conclude con un lieve sorriso.

Anche Alessandro 51 anni vive in strada. «Ho lasciato il lavoro per stare vicino alla mia mamma malata ma poi mi sono perso». Seduto alla mensa con uno sguardo attento, contento di interloquire, commenta: «La solidarietà deve andare oltre il piatto di pasta. E qui mi trovo bene perché l’umanità ti mette a tuo agio».

I volontari

Carlo, bancario, 51 anni è volontario con Tina da qualche mese. Mentre si scherza sulla sua Juve ricorda il suo passato di obiettore di coscienza e qualche esperienza di solidarietà. «Ho avuto molto dalla vita e ora sono contento di fare qualcosa per il prossimo e qui con Progetto Leonardo ho trovato anche molti amici». Nella mensa si respira un clima molto sereno che coinvolge gli ospiti. Poi Guido confessa. «Questa esperienza mi ha permesso di riprendermi da un periodo difficile e ogni volta che vengo qui sento una profonda gioia e devo ringraziare un giovane amico che mi ha parlato di questa esperienza».

Marina insegnante, 51 anni con un passato di servizio a fianco ai ragazzi down. «Ho conosciuto Tina ad un ritiro spirituale a Lurisia promosso dai frati cappuccini e mi sono subito fatta trascinare dal suo entusiasmo pragmatico impegnandomi», dice smettendo di lavare un grande pentolone con i guanti blu e aggiunge: «Il motto cristiano alla base del mio servizio è “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” e qui trovo una grande fraternità e, con le persone che accogliamo, si crea uno spirito di famiglia. Una esperienza che mi da molta gioia».

Un altro Carlo, 53 anni, è da due mesi con Progetto Leonardo nell’ambito di un programma di lavori socialmente utili. «È un esperienza che mi sta dando molto». il volontario, che finito di servire si accinge a pulire pavimenti, ci confida con decisione che «quando finirà questo periodo continuerò ad essere vicino a Tina e ai senzatetto. Il motivo è il clima umano che qui si respira in questa realtà».

Semplici e spontanee dichiarazioni, pacate nei toni ma forti nell’impegno, in cui non emerge nulla di enfatico, mentre si riscontra un clima tra ospiti e volontari, giovani e meno giovani, di naturale serenità e condivisione. Un piacere di stare insieme che fa sì che tanti partano anche da luoghi lontani della città per condividere questo momento prima di tornare in strada.

In conclusione Tina ci confessa come per il mondo dei senza fissa dimora valga più essere chiamati per nome, essere invitati al cinema o al teatro (come fanno a volte le suore vincenziane) e soprattutto essere davvero ascoltati, sviluppando dialogo. Insomma essere considerati persone.

Vale molto più questo che ricevere solo cibo in modo anonimo e meccanico. In questo l’associazione “Leonardo” e Eusapia Tina Iezza fa molto, insieme a tante altre realtà sociali solidali torinesi anche espressioni delle più svariate confessioni religiose.