Tutti sappiamo che non è facile, né semplice, affrontare e governare il pianeta dell’immigrazione. Tutti sappiamo che non bastano i proclami, le parole d’ordine, la propaganda mediatica e i bluff elettorali per dare una risposta seria, convincente e di buon senso ad un fenomeno che rischia ormai di deragliare. Le immagini trasmesse in questi giorni dagli organi di informazione colpiscono per la loro virulenza e la loro drammaticità. Si ha la sensazione, abbastanza fondata, che questo fenomeno non è stato affatto governato sino ad oggi. Se non dalla propaganda. Come è possibile che centinaia di profughi, stremati da viaggi drammatici e avventurosi “verso la libertà”,  bivacchino nelle stazioni ferroviarie con poca  e scarsa assistenza? Come è possibile che di fronte a sbarchi quotidiani di migliaia di persone non si sa dove sistemarli e dove indirizzarli? Come è possibile che, a tutt’oggi, si parla di centinanti di migliaia di persone  – profughi?, clandestini?, rifugiati? – in arrivo entro la fine di agosto sulle nostre cose e destinate, quasi sicuramente, a restare nel nostro Paese?

Ora, al di là delle polemiche politiche che puntualmente accompagnano questi viaggi e questi sbarchi e che, comunque sia, spostano consensi crescenti verso chi alimenta la paura e soffia sul conflitto sociale che questo fenomeno inesorabilmente  genera, non possiamo non porci almeno tre domande a cui, prima o poi. Una risposta occorrerà pur darla.
E cioè, la tanto invocata Europa pensa di battere un colpo su questo dramma umano ed epocale oppure l’unica soluzione – così è, sino ad oggi, – continua ad essere quella che ogni Stato difende i suoi “sacri confini” e non si preoccupa minimamente di ciò che capita quotidianamente nelle sponde del Mediterraneo?

In secondo luogo la nostra presenza in Europa. Non possiamo continuare a sostenere tesi che non trovano alcun riscontro concreto nella dinamica quotidiana dei fatti. Comincia ad insinuarsi la tesi che il nostro ruolo nello scacchiere europeo è debole ed incerto e le nostre richieste si riducono a blandi appelli ad un governo sovranazionale che continua ad essere indifferente se non estraneo.

In ultimo, non possiamo confondere una passiva solidarietà e un qualunquistico buonismo con un serio governo del fenomeno migratorio. Adesso il problema – per il bene di tutti, a cominciare anche e soprattutto dei profughi – va, appunto, affrontato seriamente e governato. Se così non sarà, il rischio di una potenziale rivolta sociale – seppur alimentata strumentalmente a fini politici – è sempre dietro l’angolo.