Anche le Primarie del Partito Democratico, possono essere oggetto di analisi di flusso elettorale come nelle migliori tradizioni.

Ma prima di un ragionamento che potrebbe essere comprensibile solo agli addetti ai lavori, è necessario partire dal dato dell’affluenza, un risultato che ha fatto vincere tutti e di cui tutti devono esserne fieri.

È vero che il paragone rispetto ai 24.000 votanti del 2014, vede una flessione di quasi la metà rispetto alle primarie svolte ieri, ma il 2014 è politicamente lontano un secolo.

Era un PD, all’epoca, che da lì a poco avrebbe realizzato il 40,8%, che aveva più iscritti e che incarnava la voglia di cambiamento.

Quindi non è un mistero che 13.200 votanti alle primarie di ieri, sono un dato del tutto positivo e per molti versi una sorpresa rispetto alla situazione generale. Più di 2/3 degli elettori sono arrivati dai collegi torinesi, pochini dal cosiddetto Piemonte 2. Un dato sul quale bisogna riflettere e che bisogna affrontare.

Rispetto al risultato dei singoli candidati, Monica Canalis, Mauro Marino e Paolo Furia, bisogna dare due letture.

La prima lettura, riconosce a Furia un buonissimo risultato numerico e “politico”, specie se si legge il dato di Torino Città.

L’area più ampia, che si riconosce in Mauro Marino, è quella che “ha subito” negli ultimi anni e specie nell’ultimo periodo maggiori movimenti. L’ex maggioranza, dunque, che aveva vinto le primarie con Davide Gariglio candidato, si è nel tempo sfilacciata. Ecco che alcuni sostenitori che avevano contribuito alla vittoria di Gariglio, oggi possono annoverarsi tra quelli di Furia e, soprattutto, Canalis.

Se si analizza la conformazione della futura Assemblea Regionale, la percentuale e il numero di “seggi” attribuiti alla “sinistra” del PD, non cambiano. 140 componenti dell’Assemblea uscente si riconoscevano nella mozione Pentenero, 145 si riconoscono nella mozione Furia.

La prima ottenne il 35,54%, il secondo il 36,25%.

È evidente, dunque, che il vero tallone di Achille del candidato più forte sulla carta, è stata Monica Canalis, un ottimo 22,73%, 90 seggi, espressione di un’area che prima poteva annoverarsi nella mozione Gariglio.

Preso atto di questa semplificazione, non è da sminuire il risultato di Paolo Furia, che probabilmente non solo ha saputo “saldare” il “nocciolo duro“ della sinistra del partito, ma ha saputo anche andare oltre.

Quindi non si tratta solo di matematica e percentuale, i dati vanno letti certamente in maniera meno semplicistica, io vorrei tenerli però su un livello più comprensibile.

Tra l’altro, ciò che ho appena affermato, potrebbe avere la prova del nove proprio tra pochi giorni.

Già dal 7 gennaio, il Partito Democratico sarà impegnato nelle convenzioni che porteranno alle Primarie del 3 marzo.

Ebbene, quasi la totalità dell’aera che ha sostenuto Marino e quasi la totalità dell’area che ha sostenuto Canalis, compresi i due principali protagonisti, presenteranno insieme la mozione che si riconosce in Maurizio Martina.

Ora, se la Politica è fatta di contenuti e non di prese di posizioni più o meno personali, non si comprenderebbe come l’idea di Partito che si presenta e si offre agli elettori per eleggere il Segretario Regionale, possa essere diversa da quella per eleggere il Segretario Nazionale. Qualcosa, mi si permetta, non torna.

Uno scenario, secondo me quello più auspicato, è che chi ha vinto le Primarie, intese come dato relativo e dunque Marino, si assuma l’onere e l’onore di fare una proposta responsabilmente unitaria, che parta più che dal dato dei singoli candidati o dal bilancino rispetto al numero dei membri in assemblea, dal dato positivo della partecipazione e da ciò che ci unisce e che ci dovrà unire, soprattutto in vista anche delle prossime elezioni europee e regionali.

Quindi ora calma, mente fredda e lucida.

Gariglio ottenne la maggioranza in assemblea regionale, ma la politica fece comunque il suo corso e la sua segreteria fu “unitaria”.

Oggi perché mai non dovrebbero esserci queste condizioni?