di Moreno D’Angelo

Qualcuno in Vaticano sa dove si trova il corpo di Emanuela? La domanda è legittima dopo quanto recentemente trapelato su un possibile tentativo di alcuni esponenti vaticani di trovare una via di uscita sul caso Orlandi. L’iniziativa è stata alla base di una trattativa che è poi stata bloccata dall’alto. Dopo tutto quanto espresso nell’appello, rivolto da Pietro Orlandi, fratello della ragazza, cittadina vaticana, sparita nel 1983, a Papa Francesco, è quanto mai eloquente in tal senso: «In Vaticano, ci sono carte secretate, a conoscenza di alcune autorità della Santa Sede, che contengono passi importanti di questa disumana vicenda e che potrebbero permetterci di riabbracciare Emanuela o darle una degna sepoltura».

Ma andiamo con ordine. Nel 2012 sul tavolo di padre Georg Ganswein, segretario particolare di Benedetto XVI, c’era un fascicolo in bella vista. Un documento prioritario: il “Rapporto Emanuela Orlandi”.

Per Pietro Orlandi, (che si dice certo della fonte che gli ha confermato quanto visto), il dossier sullo scrittoio di Padre Georg non riguarderebbe le origini della vicenda, ma bensì tappe e documenti alla base di un tentativo, operato da esponenti della Santa Sede, per trovare una via d’uscita diplomatica che, con danni minimi, liberasse definitivamente il Vaticano dal fardello del caso Orlandi.

Un modo per mettere la parola fine al vortice di accuse di complicità, insabbiamenti, depistaggi e soprattutto silenzi che toccano la Santa Sede dal giorno della sparizione di Emanuela (22 giugno 1983).  Infatti non c ‘è ipotesi o pista, tra le tante sviluppate sul caso che si trascina da 33 anni, che, per quanto fantasiosa o complottista, non abbia come scenario ambienti e linee telefoniche vaticane.

Insomma secondo Orlandi il Vaticano chiese aiuto in magistratura per sondare la possibilità di trovare una via d’uscita aprendo alla possibilità di far trapelar qualche verità parziale. Orlandi ritiene che il ritrovamento del corpo della povera ragazza sarebbe potuto essere un elemento in tal senso.

Il rapporto sarebbe quindi il documento base di questa sorta di trattativa non ufficiale che avrebbe potuto avere importanti sviluppi. Questo tentativo venne poi bloccato da quello che viene definito “un livello superiore”.

Il rapporto Orlandi quindi esiste e si tratta di un ennesimo tassello che conferma, ce ne fosse ancora bisogno, il coinvolgimento della Santa Sede nel caso Emanuela Orlandi. Un rapimento che qualcuno ha fatto rientrare nell’ambito di un feroce scontro, senza esclusioni di colpi e ricatti, tra fazioni vaticane divise sulla politica anticomunista condotta da Papa Woytjla in un clima di guerra fredda.

Ma vi sono altri punti per certi versi sorprendenti sui quali abbiamo interpellato Pietro Orlandi, soddisfatto per l’interesse riscontrato a Parigi dal film “la verità sta in cielo”, alla presenza del regista Roberto Faenza e del magistrato Giancarlo Capaldo.

Il film su Emanuela, che non pare abbia riscosso molto successo livello nazionale, è stata significativamente scelto per la Giornata Internazionale per il diritto alla verità sulle violazioni dei diritti umani e per la dignità delle persone. Insomma dall’Onu.

Proprio prendendo spunto dal film Pietro Orlandi si dice sorpreso che la scena finale, in cui si fa cenno alla trattativa con le richieste di un cardinale a un magistrato, sia stata ignorata dai media. Di fatto il riferimento riguarda la promessa della consegna di un dossier sul caso Orlandi se la magistratura avesse dato disposizioni per lo spostamento dalla basilica di Sant’Apollinare dei resti del boss della Magliana Renatino De Pedis. In realtà la consegna del dossier e di informazioni da parte di un cardinale non è mai avvenuta, mentre il corpo del De Pedis fu trasferito dopo essere stato riconosciuto dai tecnici della scientifica nel maggio 2012. Il caso fu archiviato ed il procuratore aggiunto Capaldo si dimise in chiara polemica su un procedimento che a suo parere non si sarebbe dovuto chiudere.

Forse questi risvolti potrebbero spiegare la scarsa presa in considerazione da parte dei media dell’episodio riportato dalla pellicola.

Tornando sul misterioso dossier Petro Orlandi ammette come la sua ricerca di verità non passi solo attraverso le tante manifestazioni dei comitati di solidarietà ma anche su altri livelli più riservati importanti per ottenere informazioni su quanto subito dalla sorella: «io cerco elementi per arrivare e far luce sulla verità e poco mi importa della visibilità mediatica». Alla richiesta di lumi su come sia venuto a conoscenza e cosa rappresentino quei cinque fogli riguardanti spese mediche e per trasferimenti relativi all’anno 1997, citati nella nota Ansa da Parigi datata 29 marzo 2017, ricevute che potrebbero far pensare che 14 anni dopo la sua sparizione Emanuela potesse essere ancora viva e addirittura oggetto di spostamenti. Tali ennesimi sorprendenti e misteriosi documenti sarebbero stati messi a conoscenza del Papa. Orlandi precisa: «una fonte mi ha parlato dell’esistenza di altre carte tra le quali ricevute per spese mediche e per trasferimenti risalenti al 1997. Non è chiaro se si tratti di spese legate direttamente a Emanuela o a altri soggetti coinvolti nel caso». Insomma il dubbio permane ma con esso si sono aperti elementi di speranza.

In conclusione facciamo cenno all’appello rivolto a Papa Francesco da Pietro Orlandi e lanciato sui social: «Chiedo al Papa di costruire ponti e non alzare muri intorno a Emanuela. Per questo lancio questa ennesima petizione».  Questo dopo la delusione per quella frase “Emanuela sta in cielo” che il Papa venuto dalla “fine del mondo”, da poco eletto, riferì a Pietro Orlandi e ai suoi parenti speranzosi in Piazza San Pietro. Il fratello di Emanuela ribadisce: «Chi tace è complice e in Vaticano c’è chi sa e da tanti anni tace, diventando complice di quanti hanno avuto responsabilità in questa vicenda». Un appello – petizione che Pietro Orlandi spera riceva moltissime adesioni, assicurando che la battaglia di giustizia e verità non si ferma.