I fatti di Piazza San Carlo – unica eredità della sindaca Chiara Appendino con una voce dedicata su Wikipedia  – sono tornati prepotentemente sulla scena in questi giorni. La chiusura delle indagini e il contestuale arresto di una banda di ladruncoli marocchini che avrebbero spruzzato spray al peperoncino per derubare la folla ha riportato l’intera questione sulle prime pagine dei quotidiani locali e nazionali. Purtroppo, la decisione di arrestare i membri della banda, trascinandoli ammanettati sotto gli occhi delle telecamere, nel giorno stesso in cui venivano chiuse le indagini anche a carico dei responsabili “istituzionali” non è stato – a parere del sottoscritto – una decisione felice. Ancor meno felice il fatto che si sia scelto di ringraziare pubblicamente quegli stessi imputati – a cominciare dalla sindaca – per il comportamento tenuto in questi mesi proprio durante la conferenza stampa in cui veniva illustrata l’operazione che ha portato all’arresto dei membri della banda.

Queste sfortunate coincidenze, assieme all’accusa di “omicidio preterintenzionale” inizialmente rivolta ai delinquenti marocchini (e poi logicamente derubricata dal giudice preliminare in “morte come conseguenza di altro reato”), hanno contribuito a far serpeggiare nell’opinione pubblica il dubbio (infondato) che la vicenda si sia chiusa lì: con l’arresto dei rapinatori marocchini e l’assoluzione dei vertici istituzionali a cominciare dalla sindaca. E invece sappiamo che non è cosi. La sindaca di Torino sarebbe infatti avviata verso la richiesta di rinvio a giudizio, anche perché –  come riportato da organi di stampa – nel decreto di fermo degli stessi imputati marocchini è correttamente scritto che «se gli addetti alla sicurezza per la serata del 3 giugno 2017 in piazza San Carlo avessero approntato e predisposto misure idonee a salvaguardare l’ordinato svolgimento dell’evento e l’incolumità dei partecipanti”, la condotta delittuosa della banda di rapinatori dotati di spray urticante “non avrebbe comportato l’esito infausto».

In quei giorni, vale la pena ricordarlo a chi se ne è già evidentemente scordato, chi aveva le deleghe per la sicurezza era la sindaca di Torino. La quale, decidendo di organizzare un evento che avrebbe richiamato migliaia di persone pochissimi giorni prima del suo svolgimento, applicando e copia-incollando l’iter seguito dalle passate amministrazioni, non prendendo le misure atte ad impedire la vendita delle bottiglie di vetro in piazza, ha dimostrato di non aver preso minimamente in considerazione l’aumentato rischio terrorismo e i sempre più frequenti atti di criminalità comune come potenziali elementi scatenanti del panico. Questi ed altri elementi emersi dai lavori  della commissione d’inchiesta comunale e dalle indagini che poi sono trapelate sulla stampa, saranno senz’altro valutati seriamente e obiettivamente dagli organi di giustizia. Non è certo compito mio valutarne i rilievi sul piano giuridico, mi è importante sottolineare quelli sul piano politico.

Sul piano giuridico, infatti, la sindaca ha diritto ad un processo equo ed obiettivo almeno quanto quello a cui saranno sottoposti gli imputati marocchini. Ma un processo che stabilisca se ci sono state responsabilità dirette a livello politico-amministrativo nella morte di una persona e nel ferimento – anche grave – di oltre 1500 persone, ci deve essere. E chi lo condurrà dovrà valutare gli elementi di cui è a conoscenza anche l’opinione pubblica, a prescindere dalla correttezza o meno del comportamento pubblico tenuto dalla Sindaca in fase processuale.

Il fatto che Ella si difenda “nel processo e non dal processo”, benché apprezzabile,  è dovuto.  E visto il disastro, direi che è anche il minimo. Non c’è nulla per cui ringraziare. Altrimenti il rischio, come hanno fatto in questi giorni alcuni organi di stampa blasonati ansiosi di compiacere il neo-potere grillino, che venga detto che la sindaca è messa alla sbarra «per il reato di panico» e solo perché «la cultura dominante esige la responsabilità politica” diventa un rischio concreto che umilia la fiducia riposta nella giustizia da parte delle centinaia dei feriti e delle vittime di quella serata maledetta.