Dall’avvocato del diavolo a quello del popolo, come a dire che Perry Mason è ritornato (insieme ad altri ritorni cinematografici) tra noi. Non avrà la stazza imponente dell’attore di origine canadese Raymond Burr, ricordato ad Hollywood come “le spalle più larghe del cinema”, non ha (ancora) un’assistente dal fascino di Della Street (l’attrice Barbara Hale), né deve guerreggiare con il coriaceo procuratore distrettuale Hamilton Burger (l’attore William Talman), però il Conte avvocato di nome Giuseppe è sulla buona strada.

Ha già esordito, protetto – aspetto non secondario dalla sua devozione a padre Pio – che difenderà “le vittime delle banche”, tralasciando il fatto che ci ha già pensato il governo Gentiloni, e per effetto transitivo immaginiamo che estenderà la protezione ad ogni vittima del sistema di potere. In fondo, non dimentichiamolo, affermazioni di puro principio, al momento a costo zero, più da applausometro che da linea politica, di cui non ha prudentemente parlato, forse per rispetto ai suoi ventriloqui, il duo Er Meio e SalvinMen. Insomma, propaganda che al netto non costa nulla.

Il Perry Mason del popolo non ha spiegato, invece, cosa che ci attendiamo di conoscere, chi lo difenderà da se stesso e dalla certificata vocazione alla vanagloria per curriculum. Agli italiani, abituati fin dal 1922 all’eloquio roboante e narcisistico dai balconi, in questo momento serve comprendere quando si passerà dalle chiacchiere fantasiose dei Perry Mason ai fatti.