L’invito alla Festa de l’Unità nazionale al leader dei Cinque Stelle, il vicepremier Luigi Di Maio, sembra aver scatenato molte reazioni contrarie. È pur vero che difficilmente vengono fuori le posizioni a favore, quando il grido proveniente dalla “pancia” è più forte, più acuto.

Su questo tema, però, sarebbe sempre opportuno far spazio alla ragione, alla Politica, al confronto. Confronto che non necessariamente deve essere letto come “inciucio”, come “apertura politica” intesa come tattica.

Le Feste de l’Unità, ho sempre sostenuto nel mio piccolo, non possono essere l’Aventino del Partito Democratico.

Fa specie rimproverarsi durante l’anno per quanto il PD sia arroccato su sé stesso, che parli solo al suo interno, e poi quando viene il momento più importante di confronto, lo eviti.

È vero, le Feste de l’Unità rappresentano in primis un momento di “festa” per coloro che credono nel PD, vi militano. Qualcuno legittimamente dice “è la nostra Festa”, perché gli altri devono approfittare della nostra vetrina?

Ecco il punto è questo.

Una vetrina deve essere aperta verso l’esterno, visibile a chiunque, non può chiudersi e aprirsi a seconda del passante. E il PD dovrebbe essere così.

La più grande debolezza è la paura del confronto, anche quando di paura non si tratta, ma è solo orgoglio fine a sé stesso.

Anche a Torino in questi anni ci si è sforzati, non sempre riuscendoci come io personalmente avrei voluto (ma lo ritengo ovvio e legittimo dato che non è la mia festa personale), di proporre un format diverso. Dall’intenzione di invitare (mai formalizzata però) la sindaca Appendino nel 2016, dal preparare un confronto tra Zagrebelsky e Violante sul Referendum costituzionale nel 2017, cosa che, anche lì, fu accettata con enormi mal di pancia, ma che si concretizzò in uno dei dibattiti più interessanti e partecipati della Festa, fino a pochi giorni fa, quando naturalmente di concerto con il segretario Metropolitano, abbiamo formalizzato l’invito alla sindaca a confrontarsi sul tema Olimpiadi (per la cronaca, invito non accettato).

Quindi il mio auspicio è che il PD accetti le sfide, ma soprattutto inizi a lanciarle.

Chiunque salirà su quei palchi, dovrà essere consapevole delle nostre posizioni e, se necessario, anche del nostro dissenso. Chi non accetta di venire a parlare, ha perso in partenza un’occasione di confronto, e allora si, si tratta di paura. Ma non la nostra.