«Ho perso una figlia che non vedo da venti anni e che vive in un isolamento assoluto. Ho perso il lavoro e pur di non ammettere un reato cosi infamante, mai compiuto, ho rifiutato il patteggiamento che mi avrebbe evitato di finire per tre anni, dal febbraio 2007 nel braccio riservato a violentatori e pedofili del carcere di Biella».

A parlare è Bruno 62 anni di Torino, laureato in economia internazionale, ex impiegato bancario, ex sindacalista e giornalista. Una persona che come giornale Nuova Società conosciamo bene.

Dopo l’apertura dell’inchiesta “Angeli e Demoni”, sugli affidi illeciti, Bruno urla nuovamente la sua innocenza, puntando il dito contro l’onlus “Hansel e Gretel” di Moncalieri, coinvolta nell’indagine della Procura di Reggio Emila.

Secondo Bruno loro avrebbero un terribile ruolo nel suo dramma giudiziario e umano. Già, perché anni fa Bruno fini in carcere con l’accusa di aver abusato, da piccola, di sua figlia.

Iniziamo dalla fine: ha ancora fiducia nella giustizia?

Non ho mai smesso di sperare. Ho inoltrato fior di documenti ed esposti. Poche risposte, ma ora il vento pare davvero cambiato per coloro che si ritenevano una casta intoccabile, sacralizzata dal manto della difesa dei minori.

Ci racconti la sua storia

Mi sono sposato quando la mia moglie stava quasi partorendo. Dopo un anno ho manifestato la volontà di separarmi visto il clima gelido del nostro rapporto. La mia ex moglie aveva pronto una nuova convivenza, ma questo non è stato un problema.

Dopo la delusione e le tristezze della vita da separato, pur entusiasta di una figlia allegra, gioiosa, orgogliosa del suo papà, supportato da familiari, amici con bambini, avevo intenzione di portare la mia figliola in vacanza, ma all’improvviso è sparita . Siamo nel luglio del 1999. Impossibile ogni contatto. Solo il 3 settembre ricevetti una telefonata in cui si faceva cenno a “attenzioni particolari” ed a controlli di specialisti cui la bambina era sottoposta.

Lì si aprì il baratro. Ero talmente sicuro nella giustizia e nella mia innocenza che subito non ho reagito in modo adeguato per tutelarmi e tutelare una figlia che mi cercava. Le stranezze poi sono incominciate  con promesse di visite sotto sorveglianza, che poi non venivano mai effettuate.

Anche i nonni settantenni, mio padre e mia madre, sono stati presi per i fondelli con riunioni con i servizi sociali che poi non sfociavano mai nel sospirato incontro con la nipotina. Non era mai possibile nemmeno sotto la sorveglianza delle guardie armate. Mio padre, integerrimo dirigente in Corte d’Appello per 40 anni, ha denunciato più volte le surreali risposte e comportamenti degli operatori dei servizi sociali. Ma fu tutto inutile di fronte a quello che definisco un “muro di gomma” che persiste ancora oggi.

Il ruolo nella sua vicenda dell’onlus Hansel e Gretel?

Io non faccio mai di tutta l’erba un fascio ed è fondamentale la difesa dei minori. Ma le responsabilità del gruppo di Hansel e Gretel sono pesanti come rileva una trafila di drammatici episodi che li ha visti protagonisti. Ho subito dovuto fare i conti con la loro stucchevole supponenza e soprattutto con l’assenza di ogni criticità e dubbio. La condanna era già scritta a prescindere dalla realtà. Ignorando il contesto seguente a separazioni conflittuali tra persone assolutamente incensurate. Sembra tutto assurdo, ma purtroppo esistono fenomeni di iper possessività che portano a quella che viene definita alienazione parentale attraverso cui il vero padre viene tranquillamente sostituito e cancellato.

Il fatto drammatico è che quando non ci sono fondati elementi il parere di questi signori esperti diventi fondamentale come risulta dalla mia sentenza.

Come ha operato Hansel e Gretel verso sua figlia?

La mia bambina è stata sottoposta a una decina di sedute nella sede di Moncalieri proprio con l’esponente tra i più autorevoli di questa associazione. In uno di questi incontri, da cui per quanto sappia la bambina usciva sempre sconvolta, si fermò nel tratto del corridoio che la portava allo studio. Entrò in una stanza e chiese ad una segretaria di poter scrivere una lettera a “papi”, come diceva lei. Ovviamente non sapeva scrivere e la pagina si riempì di lettere senza significato. Un episodio che ancora oggi mi emoziona.

Non ha invece emozionato i solerti psicologi di questa associazione che nel loro delirio accusatorio sono arrivati a definirmi “angelo della morte”, ovvero come il medico torturatore di gemelli dei campi di sterminio nazisti, Mengele. A questo aggiungo che è inaudito che dopo un solo incontro, insieme alla mia ex fidanzata medico geriatra, mi abbiano definito con i caratteri del maniaco tipo: asociale, incapace di relazioni affettive, confusione sessuale e in ultimo probabilmente violentato da piccolo dal padre.

A questo si è poi aggiunto il fatto che questa “esperta veggente” abbia intuito addirittura possibili abusi anche quando la bambina aveva appena due anni e la potevo vedere solo per due ore dopo il lavoro portandola al parco giochi..

Vede sulla base di questo approccio kafkiano, degno dei processi staliniani, si sintetizza l’assurdità criminale che crea un suo quadro e lo colora per portare all’unica conclusione: il padre è un abusante. Certo ci sono casi e casi, ma il mio dramma è tutto da leggere in questo approccio assolutistico all’isolamento della ragazza.

Lo stesso quadro è stato subito applicato su mia figlia che da due mesi non vedeva il papà che cercava. E ignoro con quali giustificazioni. Portata da una psicologa, che fa riferimento sempre alla stessa associazione, questa immediatamente ha letto l’abuso visto che si toccava nelle parti intime. E ogni gesto veniva sessualizzato sempre per colpa del padre che non vedeva da mesi. Un padre separato mite e tollerante da loro visto come una sorta di padre padrone.

Insomma tutti i guai sono emersi dopo il distacco del papà che per cinque anni e mezzo le era stato vicino pieno di orgoglio senza che nessuno avesse nulla da eccepire, circondato dai figli dei miei fratelli (uno abitava nell’appartamento attiguo al mio e sorprendentemente non è stato ammesso tra i testimoni) e da tanti amici.

Anche i loro test e la “lettura delle macchie” risultava sempre discordante da quelli della mia psicologa, ma, come nelle migliori logiche fondamentaliste, alla fine si trova sempre quello che si vuole, ovvero il fatto che il padre separato sia un abusante ignorando totalmente la sua figura e la sua storia. Sono così state sempre ignorate le conclusioni della psicologa di parte che incredibilmente non ha mai potuto avvicinarsi alla bambina.

Insomma un vero clima da caccia alle streghe, in una fase in cui non vi era ancora la Carta di Noto, ad opera di esperti potenti e intoccabili che nè i miei esposti, nè i numerosi legali di supporto, sono riusciti minimamente a scalfire non essendo in grado di attaccare il punto chiave: l’approccio fondamentalista e il più che probabile condizionamento di una bimba che non vedeva senza motivo il suo papà.

Questo è l’approccio che caratterizza questi psicologi che, nel mio processo, hanno avuto un ruolo chiave, non essendoci riscontri medici o episodi contestualizzabili documentabili.

Se non quanto emerso in un’audizione protetta che la bambina ha concluso con le parole: “quello che dovevo dire l’ho detto”. Faccio poi cenno a un episodio inquietante: nel momento in cui i nonni potevano concretamente avviare degli incontri (non vi era stata ancora alcuna condanna) improvvisamente la bambina avrebbe dichiarato: “anche il nonno me ne fa di tutti i colori ma poco poco”. Questo è bastato ad aprire un fascicolo sul povero mio papà settantenne che è stato poi archiviato, ma intanto anche quella opportunità era stata solertemente chiusa nella disperazione dei nonni.

Inutili documenti e prove, testimonianze e filmati di vita familiare in cui addirittura la bambina spiega cosa fosse quel “topo topo”. Quel punto chiave dell’accusa che parte da quello che la bambina definisce il gioco più bello e che poi è stato abilmente trasformato in una sequela di atti violenti.

Il “topo topo” era il modo con cui la bambina definiva il momento in cui prima di addormentarsi voleva che io le raccontasse delle storie. Aggiungo che nelle logiche di questo approccio vi è poi il segreto e il silenzio imposto anche con pestaggi da parte del padre padrone mostro che ha sempre restituito una bimba felice e tranquilla, nonostante la separazione, come ha testimoniato anche la maestra dell asilo. Infatti con la mia ex moglie vi era stato sempre la volontà di non far pesare sulla bambina alcuna tensione per la separazione. Certo fino a quando non l’ho più vista. Tuttavia non mi capacito di un interrogativo sul comportamento degli inquirenti.

Come ha vissuto in questi anni?

Fino alla condanna, nonostante fossi accusato di aver abusato di mia figlia, ho mantenuto il posto di lavoro, la stima degli amici, continuando le mie attività e coltivando le mie passioni (giornalismo, volontariato, arte, musica, sport). Certo poi ho fatto fatica ma ho sempre avuto l’affetto e l’aiuto della mia famiglia e delle persone che mi volevano bene e non mi sono mai arreso impegnandomi.

A proposito di famiglia c’è un mistero che non mi spiego: Come mai una persona che non può vedere la figlia perché pericolosa, possa restare a contatto per tutta la durata del processo (dalla fine del 1999 al quella del 2006, con nipotini e figli di amici che hanno sempre frequentato la sua casa? Non sono anch’essi da tutelare dal mostro?

Perché si fa chiamare Bruno?

È il mio secondo nome. Vede, io non mi sono mai tirato indietro anche intervenendo a iniziative dell’Hansel e Gretel e alle proteste dei padri separati. Ma in questo momento non mi interessa la spettacolarizzazione, ma solo avere giustizia per me per mia figlia e per mio padre che è morto consumato dalla sofferenza per questa ingiustizia.

Come ha sopravvissuto in carcere?

Io mi sono costituito rifiutando un patteggiamento addirittura consigliato dalla controparte. Si può ammettere di tutto, ma non di mettere le mani addosso a una bambina tanto più alla propria figlia.

Il reato più infamante che mi disgusta e con cui non ho nulla a che fare. Quando sono arrivato in carcere mi vedevano come uno strano tipo che leggeva sempre e prendeva appunti. Uno che anche per voce dei magistrati di sorveglianza era un soggetto completamente avulso da situazioni legate all’illegalità. Ero invidiato perché ricevevo visite e tante lettere, tra queste ricordo con affetto quelle dell’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino, un vero campione di umanità con risposte vere e non solo generici auguri e auspici.

Dietro le sbarre ho aiutato tante persone disperate e spesso incapaci di scrivere. Ho anche parlato con i maniaci, persone con devianze spesso con rapporti problematici con l’altro sesso che, a mio parere, pur nella mia totale riprovazione, andrebbero seguiti e curati, e poco serve farli marcire dietro le sbarre e gettare la chiave.

E ora?

Io non cerco vendette, ma solo verità e giustizia. Spero che questa inchiesta chiarisca certi comportamenti di un’associazione che, secondo me, ha avuto troppo potere senza limiti e che, pur avendo anche avuto il merito di scovare abusi reali, si è distinta per un approccio che con troppa facilità ha portato alla condanna di innocenti e alla rovina di quei bambini che tanto si declama di voler difendere in un clima assolutistico. Anche nel mio caso sono loro che hanno “fatto” il processo.

Da innocente come è riuscito a reggere a questo inferno?

Sono sopravvissuto perché sono convinto che il bene vinca sempre. Non è una affermazione stupidamente fideistica ma concreta. Se hai la coscienza pulita puoi sempre guardare tutti a testa alta. Non ho mai smesso di sperare e ho sempre cercato nelle strade gli occhi della mia bambina che ora ha 25 anni. Avrò rispetto delle sue decisioni, ma è giusto che la verità emerga.

Pur con questo approccio ammetto che in carcere vi sono stati momenti difficili. Anche per il mio vizio di denunciare e fare esposti da ex sindacalista. La cosa peggiore è quando devi convivere con un fuori di testa in pochi metri e quando devi recarti in manette in ospedale o trasportato, restando per ore incatenato dentro un cellulare o chiuso in gabbia, per le diverse inutili udienze presso il Tribunale di Sorveglianza di via Bologna, sicuro di ottenere un permesso, dato che ne avevo tutti i requisiti a cominciare da una condotta irreprensibile. Il permesso l’ho avuto quasi alla fine della detenzione per vedere mio padre in una bara.

Comunque in tutti questi anni ho sempre riscontrato la simpatia e la comprensione anche di diversi operatori delle forze dell’ordine e della polizia penitenziaria che si sono resi conto che ero innocente. Persone che svolgono un lavoro tremendo pur non perdendo l’umanità. Certo non tutti sono così.

Ma l’umanità e il bene ripagano sempre anche dopo vent’anni. E sono orgoglioso di non aver patteggiato anche se è costato un prezzo salatissimo con la perdita di mia figlia, del lavoro e di tre anni di libertà oltre che quella di mio padre che, fino all’ultimo, diventato uno scheletro con i piedi gonfi dalla chemio, mi ha sempre sostenuto lottando con dignità per una giustizia a cui aveva dedicato una vita. So quanto ha sofferto e pianto per una nipotina incredibilmente sparita e nel vedermi scendere da un cellulare incatenato innocente. I suoi valori me li porto dentro.

Quale sono i suoi auspici ora?

Spero davvero che la mia mamma, che ha 88 anni possa riabbracciare la sua nipotina e di vedere giustizia dopo tanta sofferenza. Giustizia non vendetta. Ma nessuno e niente mi restituirà e mi ripagherà la gioia del non aver potuto seguire la crescita di una figlia che porto nel cuore e che mi manca.